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Benedetto Rocco
Afragola 02.01.1741 - Napoli 05.07.1824
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Benedetto Rocco nacque nel dì 2 Gennajo 1741 in Afragola: Gio: Battista fu il nome del padre, e la madre chiamavasi Antonia Corcione. Ritiratosi nella Capitale apprese le umane lettere nelle scuole dè Gesuiti, ed indi le scienze filosofiche dall'abbate Genovesi, che molto lo predilesse, e gli fu di scorta nell'acquisto delle altre scientifiche cognizioni.
Incamminatosi per lo stato ecclesiastico, frequentò le scuole arcivescovili di Napoli, ed ivi apprese la teologia dommatica, e morale.
Da giovane mostrò gran piacere ad imparar la musica, che gli venne insegnata da Pasquale Errichiello di Arzano, e da Carlo Contumacci valente compositor di musica, ed allievo del celebre maestro Durante.
Il Rocco profìttò molto sotto tali precettori in guisa, che divenne eccellente nell'accompagnare, e coll'andar del tempo anche compositore grazioso, ed elegante. Mise in musica una cantata di lode della Principessa di Belmonte Chiara Spinelli con la poesia del P. Bertola, ed una quantità di duetti, barcaruole, mottetti, e canzoni sacre.
Fu non ignobile scrittore italiano, conoscendo la lingua pèsuoi veri principj. Ebbe perciò molta cura di riformare in ottimo idioma italiano l'opera del di lui amico Cav. Mario Gioffredo sul l'Architettura. Valentissimo architetto qual'era il Gioffredo, faceva regnar anche nella sua casa la vocale, ed istrumentale armonia, essendo le figlie del medesimo ottime cantanti. Il Rocco ivi produceva spesso le sue musicali composizioni.
Avea egli composte molte orazioni, e prose accademiche lepidissime, ma nel 1799 nell'ingresso dè Francesi sorpreso da timore all'eccesso, le diè tutte alle fiamme.
Dotato di ottimo cuore, e ben agiato di beni di fortuna, per la sua eccessiva bontà, e credulità avendo contratto degli obblighi in favore di altri, ciò gli produsse la perdita totale delle sue proprietà, ed in questo stato finì i suoi giorni in Napoli nel dì 5 Luglio 1824. Alcuni anni però prima di trapassare fu accolto per pur' amicizia dal eh. Cav. Angelo Antonio Scotti in propria casa, e questi con molta generosità nulla gli fece mancare sino alla morte.
Gli opuscoli da lui pubblicati sono:
1. Dissertazioni sul giuoco degli Scacchi - Napoli 1783.
Questa dissertazione fu ristampata in Roma nel 1817 dal fu abbate Cancellieri presso Francesco Bourliè coll' aggiunta dè nomi degli scrittori su lo stesso giuoco, e fu dedicata al signor Marchese Villarosa amicissimo dell' abbate Cancellieri, come era stato benanche fin dalla sua prima età dell' abbate Rocco.
2. Elogio del Cavalier Gioffredo. Napoli 1783 nella stamperia del Perger.
Questi due opuscoletti sono scritti con lepidezza, ed eleganza di lingua.
3. Saggio d' iscrizioni latine con una lettera in difesa di una delle medesime. Roma 1818 presso Francesco Bourliè.
Le iscrizioni, che si contengono in questo saggio, sono scritte con gusto lapidario, e con purità di lingua. Ha lasciato inedito un trattato sulla Musica Italiana, che verrà forse pubblicato dallo stesso Cavaliere Scotti. Fu egli confessore napoletano, ed uomo molto pio, e benefico.
Fu nominato Canonico del Duomo di.Napoli dall' Arcivescovo Cardinale Ruffo, ed assolutamente non volle con raro esempio accettare una tal dignità, malgrado le persuasive di tutt' i suoi amici.
La di lui casa, quando era tuttora agiato di beni di fortuna, sembrava il domicilio delle belle arti, mentre in essa si ammiravano carte, ed istromenti di musica di ogni sorta, molti pregevoli quadri ad olio di distinti pittori sì esteri, che napoletani, diverse stampe di rinomati autori, ed una biblioteca sceltissima, e ricca specialmente di scrittori classici latini cum notis variorum.
Fu egli amico, e grandemente stimato da diversi letterati sì napoletani, che esteri; tra primi sono da annoverarsi il Duca di Belforte, il Principe di Campofranco, il Cavalier Planelli, Monsignor Lupoli Arcivescovo di Consa, Monsignor Domenico Coppola, Francesco Daniele, e Domenico Malarbì, e tra secondi l' Abbate Alberto Fortis, e l' Abbate Aurelio Bertela.
Memorie storiche del comune di Afragola - Giuseppe Castaldi - Napoli - 1830
Dissertazioni sul giuoco degli Scacchi
Questo breve ma importante e prezioso libretto fu pubblicato, una prima volta, a Napoli nel 1783 "in poche copie, che tutte son perdute, delle quali non ne ho nemmeno una io stesso." Fu ristampato a Roma nel 1817, presso Francesco Bourliè, dall' Abate Francesco Cancellieri unitamente alla sua biblioteca ragionata degli scrittori sullo stesso gioco, dedicata al Sig. D. Carlo Antonio De Rosa Marchese di Villarosa. Interessantissime risultano diverse notizie storiche che in esso vengon riportate circa la scuola scacchistica napoletana e le regole del gioco che vigevano allora in Italia e Oltralpe.
- Ammirabile tuttavia più che altra notizia si è la dissertazione del napolitano abate Rocco, il quale in poche pagine mentre pare che in tutta serietà si occupi del giuoco ne vien rivelando tutto il ridicolo ed il pazzo studio che vi posero gli amatori e sotto pretesto del giuoco, allude nelle note con assai finezza a molte azioni della vita, e soprattutto agli avvenimenti politici sul finir del passato secolo sino all' anno 16 del corrente, notati con più chiarezza in una lettera dello stesso anno 1816 quasi di giunta alla dissertazione. Però vuolsi aver presente che di tal superiorità di spirito, ne andava in debito lo scrittore ai tempi suoi.
Sulla storia dè Letterati ed altri uomini insigni di Militello... - Vincenzo Natale – 1837
- Il sig. Cancellieri è l' editore di quest' opuscolo, al quale ha unito la bibliografia sullo stesso argomento. Questo dotto ed infaticabile letterato, quantunque da noi alquanto severamente censurato in occasione di una sua operetta sugli uomini dotati di gran memoria ec. (vedi Bib. Ital., Tom. I, pag. 298), non lascia per questo di essere un uomo utilissimo pel suo vasto sapere, e un compiacentissimo letterato verso tutti coloro che ricorrono a lui per sussidii di cognizioni in ogni disciplina. La dissertazione che noi annunciamo è una ristampa, e fu la prima volta pubblicata nel Giornale Enciclopedico di Napoli. I dilettanti del giuoco degli scacchi troveranno in quest' opuscolo molta dottrina e tutto quel corredo di cognizioni che potesse desiderarsi da chi oltre le regole volesse conoscere anche la bibliografia intorno a questo giuoco famoso.
Biblioteca Italiana o sia Giornale di letteratura scienze ed arti – Milano – 1817
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LEGGI DEGLI SCACCHI
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I. Nè libri degli antichi Portoghesi, e Spagnuoli troviamo scritto, che il re, quando la prima volta si muove senza scacco, può saltare tre case in qual modo e parte egli vuole, e può prendere il cammino di tutti gli altri pezzi; collo scacco poi può camminare solamente casa per casa (Damiani, Lopez ed altri) ma questa legge è andata in disuso. Il re e collo scacco, e senza, non cammina altrimenti che di casa in casa: nell' arroccare si scambiano le case il re, è l rocco.
II. Non approviamo il modo singolare di arroccarsi del Calabrese Gioachimo Greco, cioè che quando il re si arrocca dalla sua parte, egli entri nella casa del suo cavallo, mettendo il rocco nella casa dell' alfiere; e quando si arrocca dalla parte della donna, egli si metta nella casa dell' alfiere di donna, e ' l rocco nel la casa della donna. Noi anzi diamo facoltà a' Giuocatori di collocare il re, è l rocco in qualunque delle case intermedie lor parrà, e piacerà.
III. Nell' arroccarsi vogliamo, che si osservino sette condizioni ragionevoli. 1. Che non si trovi altro pezzo tra ' l re, e ' l rocco 2. Che il re, e ' l rocco non si sieno ancor mossi dal loro luogo. 3. Che il rocco e ' l re non offendano niun pezzo nemico. 4. Che il re non passi per casa intermedia, che sia offesa. 5. Che il rocco non oltrepassi la casa del re. 6. Che il re non abbia ancora ricevuto scacco. 7. Che in atto non lo riceva, cioè che non si arrocchi sotto lo scacco, come dicono i Siciliani.
E qui è d' avvertire esser costume dè Giuocatori Oltramontani di arroccarsi, ancorchè abbia il re ricevuto scacco, purchè non sia mosso dal suo luogo, ma solamente si sia coperto con altro pezzo. Noi riproviamo un tal costume, e seguitiamo l' uso antico di Napoli, cioè di non arroccarsi dopo lo scacco. E perchè niuno straniero ci accusi di parzialità nell' anteporre una legge del nostro paese ad un' altra legge forse universale tra loro, noi ne daremo due ragioni tratte dalla natura stessa del Giuoco:
- Il fine della guerra, che si finge negli Scacchi, è la difesa del re: In fatti quando un pezzo nemico offende il re, si dice scacco, cioè il re è offeso; perciocchè sarebbe finito il giuoco, se un pezzo nemico prendesse il re (1). Or nella vera guerra non mai avviene di trovarsi un Re tanto imprudente, che si esponga alle prime file per essere ucciso (eccetto se non sia un pazzo, come Carlo XII Re di Svezia, il quale forse così giuocava a Scacchi, come guerreggiava): ma un altro Re savio si guarda bene, e lascia, che l' esercito prima si azzuffi, e dopoché il valore dè suoi ha deciso per la vittoria, allora esce in campo. Non altrimenti l' arroccarsi è mia giocata di difesa, onde il re si mette in sicuro da' colpi nemici, mentre che si azzuffano i due eserciti; e ' l giocatore dee usar tutta l' arte, acciocchè nella zuffa il re non riceva lo scacco, prima di arroccarsi. Che se egli sarà trascurato a difendersi, resterà il re esposto a' colpi, e qualora il giuocator nemico saprà profittarne, perderà il giuoco.
- Per poco che un' ozioso sia versato in questo difficile Giuoco, egli intenderà bene, che il vincere dipende molto dall' ordine che diamo al giuoco, e che in tale ordine è sempre la difesa, prima dell' offesa. Or l' esperienza ci dimostra, che ordinandosi il giuoco in guisa che si traggan fuori i pezzi, e si difenda il re dagli scacchi, e da' gambetti, noi ci mettiamo in istato di offendere, e di vincere: perlaqualcosa la legge di difendere il re dallo scacco per arroccarsi, è inseparabile dall' ordine, e dalla difesa del giuoco; e conseguentemente dee preferirsi all' altra legge, che permette lo scacco.
(1) In una battaglia dè Francesi, e degl' Inglesi nell' an.. 1117, un Cavaliere Inglese prese la briglia del cavallo di Luigi il Grosso, e gridò a' suoi compagni, il Re è preso: ma Luigi l' uccise con un colpo, dicendo: "Ne scais tu pas, qu' aux echecs on ne prend pas le Roy?" Non sai tu, che agli Scacchi non si prende il re?
Si aggiunge la pratica di Napoli, e potrei dire d' Italia; ma chi sa dirmi se sia stata universale? Io lo congetturo da què bravi giuocatori Napoletani, ed Italiani, che han praticato così, il cui numero, e autorità può dar forza di legge ad un uso; essendo vero, che in niuna facoltà intendiamo noi Italiani di cederla agli stranieri, specialmente a' Francesi, la cui insolenza si è resa da qualche tempo insoffribile. Dove diavolo hanno appreso ad insultarci, dopo che l' abbiamo istruiti? Io dunque lascio a Monsignor Girolamo Vida di Cremona, e Tommaso Azio di Fossombrone, è l Dottor Piacenza (1), e oltracciò i nostri Napoletani Marco Aurelio Severino, il Dottor Salvio, ed altri molti conosciuti abbastanza pè loro scritti;...
- Il Signor Lolli nell' Osservazioni Teorico-pratiche sopra il Giuoco degli Scacchi confuta il Dottor Piacenza, credendo, che questi sia stato o il primo, o il solo del nostro sentimento: ed io all' incontro credo, che il Signor Lolli, e l' Anonimo Autor Modanese, sieno i due soli Italiani della sentenza contraria; ma moderni ambedue.
IV. Sia lecito alla donna di camminare a dritto, o a traverso, corra come volante, o muovasi lentamente come testuggine, tutto le permettiamo: ella è la capitanessa dello scacchiere. Anticamente, dice Rui Lopez, la donna non andava, se non di casa in casa, ma in processo di tempo i giuocatori la misero in campo. Ella oggidì può prendere ogni pezzo, anche la pedina del cavallo, il che era vietato una volta, come dice Rui Lopez. Solamente le si proibisce oggi di saltare come cavallo (1). Pur la moda ha le sue leggi più forti delle leggi di Lopez (2).
- E pure Rui Lopez fa menzione di una donna cavallotta, che sì dava in Ispagna: donde si rileva, che è una bestia chi dice, che noi italiani c' intendiamo di Scacchi meglio degli Spagnuoli. Si sappia, dice egli nel Cap. 18. p. 53, che molti sogliono dare una donna cavallotta, cioè che la donna si possa servire, ed essere ad essi per donna, e cavallo. Quanto era dotto Rui Lopez!
- I Giuocatori moderni hanno inventato delle leggi nuove. Filippo Marinelli Napoletano è autore del Giuoco a tre in un libro intitolato: il Giuoco degli Scacchi fra tre. Ma così l' han guastato piuttosto. Mi meraviglio, che gli Enciclopedisti, i quali han ragionato tanto sugli Scacchi, abbiano ommesso l' articolo della donna, ch' è pezzo principalissimo, e i giocatori credono, che valga la metà del giuoco. V. Damiani, Lopez, ed altri antichi. In Ispagna, dice Rui Lopez Par. 2. Cap. 1 p. 61., e in Portogallo fioriscono i valenti giuratori. E perciò, io credo più ad essi, che agli Enciclopedisti, che sono moderni.
V. Permettiamo al cavallo, che cammini da cavallo, all' alfiere, che cammini d' alfiere, ai rocco, e alla pedina, che camminino da rocco, e da pedina, e quest' ultima possa senza contrasto passar battaglia; abolendo in ciò le leggi di Spagna, di Portogallo, di Francia etc. Nè ti faccia meraviglia, se io dal mio tavolino o abolisco, o detto leggi ad un' altro paese cento leghe di là dal mare, e da' monti; imperocchè tra l' altre merci, che ci sono state recate cento leghe di là dal mare, e da' monti, noi abbiamo ricevuto una certa quint' essenza, o spirito che sia, il quale è di tale virtù, che io per poco, che ne bea, io ingigantisco, e divento più grande di Carlo Magno Imperatore; e allora tutti gli uomini mi pajono piccoli, come formiche; allora si, che intendo bene questo difficile Giuoco, e ' l valor di tutti i pezzi, e tutto il mondo mi sembra uno scacchiere, ed io dò leggi dal mio tavolino a città, castella, regni, provincie, repubbliche etc. è fama, che nè paesi ove si compone questo spirito è di tanta efficacia, che gli uomini diventano liberi fra le catene, sono illuminati dentro le grotte, come accadde in Montesino all' ingegnoso citadino della Mancia (1), e sono onesti, e casti nella più infame ipocrisia. Così mi han detto certi mercatanti, i quali ho pregato a non portar più in Napoli di tali merci straniere; poichè ogni bel gioco vuol durar poco, come sapete, e così è appunto il giuoco degli Scacchi.
VI. Quindi s' intenda decisa una volta per sempre la famosa disputa, cioè se sia miglior pezzo il cavallo, o l' alfiere. Noi con un sol colpo di nostra savia legislazione decidiamo a favor del cavallo, e vogliamo che si stimi il cavallo cento volte più dell' alfiere; e tuttochè il cavallo sia una bestia, e l' alfiere un uomo, pur cederà l' alfiere uomo il grado, e l' onore al cavallo bestia. Or qual temerità sarebbe poi paragonarlo alla pedina, cioè a un vilissimo fante? O che salti, o che corra, o che si dimeni, o che tragga dè calci, è sempre più bello il cavallo; ed io non credo, che tra tutte le passioni altra ve ne abbia ne più pura, nè più innocente della cavallina. O bellezza sovrumana, che incateni il cuor degli Eroi! Lodi altri Tirsi, e Amarill, e Clori, e Fileno, ch' io loderò voi cavalle, e cavalli; e dirò, che i vostri labbri son di corallo, e gli occhi di cristallo, e la bocca gentile, e odorosa, ove Amor cieco fa il suo nido. O labbri, o occhi degni dè più teneri baci, o bocca degna dè regali donneschi! (1).
- Come le donne hanno un leggier soffio di ragione, che passò allora da Adamo nella loro bell' anima, quindi non mi meraviglio, che le nostre donne regalino dè dolci alle cavalle: ma il credereste che gli uomini sieno sì privi di ragione, che nella carestia, cioè nella fame pubblica, tolgano il pane di bocca alle pedine, agli alfieri etc. per pascerne i cavalli che stanno oziosi nelle stalle? Questi sono fatti accaduti in una delle più famose città d' Italia, non sono sogni. Ecco donde ho appreso il valore dè pezzi.
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PATTI dè GIUOCATORI
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Bisogna dire, che tutti i Giocatori a Scacchi sieno stati gente di cattiva educazione (eccetto i Sovrani, e i Santi, se è vero che hanno giocato, ma io non lo credo, o pure avranno giocato senza obbligarsi a' soliti patti); imperciocchè gli Autori di tante nazioni più rozze, o più civili, Portoghesi , Spagnuoli, Francesi, Italiani ecc. discordi in ogni altra legge, pur tutti convengono in certi patti. Giambattista Lolli (2) li ha ridotti al numero di dieci, che esso chiama Leggi dè Giucatori, ed io li chiamo Patti incivili, e rozzi. Ex. gr. Chi gioca pezzo col non suo cammino, lo perde a beneplacito del nemico. Chi dice scacco toccando un pezzo, è tenuto, purchè possa, eseguirlo etc. Gli sbirri nelle taverne nemmeno giocano con queste leggi.
Rui Lopez dice (3): Bisogna procurar sempre, giocando di giorno, che il nemico abbia il lume contro degli occhi: e se di notte, la lucerna, o candela dalla man. destra, acciocchè gli e conturbi la vista .... Avvertisci ancora , che se a te non importa di giuocare più con gli Scacchi negri, che co' bianchi, e conosci, che l' avversario si diletti , o abbia pratica al giuocare con una sorta più, che coll' altra , dei sforzarti di pigliare i suoi dalla tua parte e a questa guisa lo sturberai assai. E poco appresso: Il Giuocatore si sforzi di tener sempre l' avversario più afflitto e turbato che può, essendo che il disturbo rompe l' immaginazione, e a questa guisa è sforzato a fare degli errori. Giuocatori villani, se negli Scacchi non vince la sorte, ma l' ingegno, voi perchè turbate la serenità dell' animo, e perchè tarpate le due ali dell' ingegno, l' attenzione, e la riflessione? perchè avvelenate un piacere innocente con arti illecite? E se il Giuoco è un sollievo , perchè procurate di affligerci? E pure Lopez è un giocator costumato più degli altri.
Nondimeno io porrò qui sei patti , che ti servano di regola: patti ragionevoli, universali, accettati senza controversia da tutti i Giocatori .
I. Toccata, giuocata. Cioè , se tocchi un pezzo , tu dei giuocarlo senza scusa .
II. Se tocchi un pezzo per accomodarlo nella sua casa, tu dei dire Accomodo, o Concio.
III. Se tocchi un pezzo contrario per prenderlo, tu dei prenderlo; perciocchè è lo stesso , come se tu toccassi il pezzo proprio per giocarlo: oltrechè la tuo intenzione è manifesta al giocator contrario.
IV. Fintanto che hai il pezzo nelle mani, non puoi esser convinto d' aver giocato; puoi metterlo dove vuoi: non s' intende giocato , se non lo lasci sullo scacchiere .
V. Dopo aver giocato, cioè dopo aver lasciato il pezzo, se ti accorgi di errore, ancorchè perdessi la donna , non può rifarsi.
VI. In fine del giuoco , se il giocator contrario resterà col re solo senz' altro pezzo, e tu avrai il re e la donna, dei per vincere dare lo scaccomatto in 12 colpi, altrimenti il giuoco è patto: se avrai il Re, e il rocco, dei darlo in 24 colpi; se due alfieri, io non ti assegno numero determinato , ma se saprai giocare, in 50 colpi potrai vincere.
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LA SCUOLA DI NAPOLI
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... e intendo solamente dar notizia al pubblico della scuola ultima di Napoli, forse la più celebre che sia fiorita mai in Europa, della quale per negligenza si disperderebbe la memoria (1). Il Prete Scipione del Grotto Salernitano credesi, che sia stato il capo di essa scuola. Fu strappato dalle fauci di un' altro giuoco, nel quale avea perduto assai, e gli furon consigliati gli Scacchi, come un' occupazione innocente, che l' avrebbe distratto. Per avventura si trovò fornito dè talenti proprj pel nostro Giuoco; ma di attenzione, e di pazienza ammirabile, egli forse è stato il solo, che l' ha analizzato, passando incessantemente di scacchiere in scacchiere, e riducendo tutti i giuochi a tavola (2). Non amò di mettere in iscritta le sue ricerche, perciocchè era persuaso, che più dè precetti, e degli scritti sterili e nojosi, l' esempio avrebbe educato i giocatori. Fiorì nel principio di questo secolo. Nell' anno 1718 fu invitato dal Conte Daun Vicerè di Napoli a giucare coll' Ammiraglio Binck Inglese, il quale volle disfidarlo, cioè volle provare quanta è la forza dell' ingegno umano ristretto a un solo oggetto (3). Morì circa l' anno 1723.
Di lui discepolo fu Carmine Pagano, detto il Casertano. Era questi Speziale in Caserta, ma anzichè aver cura dè suoi sciroppi, e droghe, e lattovari, egli giuocava giorno e notte a Scacchi, si che, vinse in breve tempo i suoi compatriotti, e i vicini Capoani. Impoverito co' suoi medicamenti, gonfio però dell' alte sue vittorie venne in Napoli; ma Scipione del Grotto il fè ravvedere ben tosto del suo errore, e nè primi tratti del giuoco gli insegnò, che le pillole erano assai più agevol cosa a trattare, che gli Scacchi. Pur il vecchio conobbe il suo merito, n' ebbe compassione, l istruì lungamente, e ' l propose per maestro di Scacchi a' Napoletani, nel qual mestiere visse comodamente il resto de suoi giorni (4). Mori circa l' anno 1733. Il Casertano non ebbe pari nella difesa dè giuochi, ed era invincibile da altri, fuorichè dal suo eccellente maestro, da quel Prete del Grotto, il cui ingegno piacesse al Cielo, che avesse avuto oggetto più serio, o più utile.
Ludovico Lupinacci gentiluomo di Cosenza credesi emulo di Scipione, e del Casertano. Certamente giucò con essoloro del pari, mentre fu in Napoli. Morì in Cosenza nell' anno 1732, e fu compianto fin da' suoi nemici, i quali, tolta l' emulazione, confessarono ingenuamente aver perduto uno dè campioni più forti. Vivono ancora dè vecchi, che l' han conosciuto e ammirato. Era egli modesto, anzi freddo, contro il costume dè Calabresi, parlava poco, moveasi lentamente, in somma parea il re dell' ozio: circostanza opportuna per dar risalto ad una vittoria da lui riportata sopra un Francese orgoglioso. Venne questi in Napoli, colla prevenzione, che noi qui stavamo tra le capanne, e disfidò i nostri, scommettendo una grossa somma di denaro per colui, che vincerebbe: il patto si era di vincere sei giuochi, l' un dopo l' altro senza interruzione. Fu affidato l' onor della guerra, e ' l guadagno al Lupinacci; il quale fingendo, e provando così le forze del nemico, perde cinque partiti. Impallidirono i nostri, fuorchè il Casertano, che intendeva l' arte; ma come il Francese insolentiva, dicendo esser inutile l' affaticarsi più oltre: Nò, rispose il Lupinacci, non è male, che proseguiamo un' altro poco. Vinse Lupiuacci il primo, e successivamente tutti i sei giuochi, ordendo dè tratti bellissimi indicanti l' acume, è l valore della nazione anche nè giuochi, e negli scherzi.
Luigi Cigliarano, Prete Calabrese, nato in Cosenza, fu eguale al Casertano nell' intelligenza del Giuoco; fu superiore di molto nell' invenzione, e nella finezza dè tratti, ma era obbligato sovente a cedere alla di lui singolar difesa, e avvedutezza. Venne in Napoli dopo la morte di Scipione del Grotto, e giocò lungamente col Casertano. Vi erano allora nella nostra città, sempre ricca di gente oziosa, molti giocatori Calabresi amici del Cigliarano, è l Casertano avea dal canto suo molti scolari; quindi furono ben tosto divisi in due i partiti degli Oziosi, e ' l loro entusiasmo giunse a tanto, che ogni di s' adunavano in un luogo pubblico destinato alla disfida dè due campioni, e scommettevano gli uni contro gli altri. Quel che rendeva ridicola questa scena si era, che il Cigliarano era impaziente, impetuoso, e di un ingegno vivace atto a promuovere sullo scacchiere gli avvenimenti più piacevoli, e più strani: non curava il vantaggio delle scommesse, se non per la gloria; all' incontro il Casertano era professore, ed era povero, e più della gloria scacchesca prezzava l' utile delle scommesse, ch' egli esigeva scrupolosamente: quindi perdeva di raro in tali duelli; è l Calabrese vincea, allorché la vivacità dè suoi attacchi preveniva le difese dell' altro. Egli andò in Roma, dove crediamo, che sia morto da pochi anni, giacche altra notizia non ne abbiamo avuto. è fama, che Luigi Cigliarano abbia superato di gran lunga il vanto di Gioachino Greco, detto per soprannome il Calabrese (5).
Merita di esser situato tra questi celebri maestri Stefano Battiloro di Piedemonte, conosciuto sotto il nome del Sordo di Piedimonte. Era un Prete sordastro, impareggiabile nel giocar le pedine; le avanzava, le difendeva, le incrocicchiava in tal guisa, ch' era inespugnabile. Giuocò del pari con Scipione del Grotto: morì nell' anno 1754 di età avanzata.
Il Marchese Biscardi eccellente scolare del Caserertano, non avea altro vantaggio dal maestro, fuorché due tratti, o giocate avanti. Sembra questo un vantaggio di niun momento; e pure dopo il sesto, o settimo tratto, il Casertano era obbligato ad andar vagando col re in mezzo lo scacchiere. Vegga il nostro autor Modanese, di qual conseguenza è lo scacco nè principi dè giuochi.
Questi sono stati i maestri dell' ultima scuola di Napoli di tanta eccellenza, che un loro uso può francamente accettarsi per legge da chi intende il Giuoco: e forse altrove, ma non in Italia, si sarebbero innalzate delle statue a questi eroi. Volete, che m' adiri contro i miei nazionali, quanto abili, altrettanto trascurati nelle memorie degli uomini illustri? E piacesse a Dio, che finisse negli Scacchi soli o la loro gloria, o la loro trascuranza ! Essi disprezzano le belle arti, il commercio, la religione, sè stessi, fino le loro più care passioni. Questa è l' indole, o la codardia dè nostri nazionali. Aspettateci pochi anni o Inglesi, o Tedeschi, o Svezzesi, o Danesi, chiunque, che voi siate, e vedrete il fine d' Italia, come noi vedemmo il fine di Grecia.
- Per buona sorte il Dottor Salvio Napoletano ha scritto alcune notizie dè Giocatori dè suoi tempi; ma trascuratamente, e con poco criterio. Avrebbe fatto meglio a darci notizie più accurate, anzichè descrivere què tediosi partiti, i quali stancherebbero la pazienza di Giobbe; e pure è stimato per lo migliore a istruire la gioventù. Mi par difficile, che Scipione del Grotto, che fiorì nel principio di questo secolo, abbia potuto conoscete il Dottor Salvio, il quale morì nella fine del secolo passato; all' incontro mi è ignoto altro giocatore rimasto in Napoli dopo la morte di questo Dottore degli oziosi.
- Tavola si dice propriamente, quando il re è tormentato dagli Scacchi continui, senza, che abbia onde coprirsi, o liberarsene, e così il giuoco è patto: ma le persone, da cui ho raccolto queste notizie, intendono per tavola, qualora rimanga lo scacchiere co' soli re, senza più; e mi par la frase più giusta.
- Giuocando Scipione del Grotto la prima volta con Binck perdè due, o tre partiti, e rimproverandolo il Vicerè, o deridendolo, egli rispose - Vostra Eccellenza mi ha comandato eh' Io giurassi, non già, che vincessi Nò, disse l' Inglese, giocate da senno. Binck, che non era volgar giocatore, perdè sempre, accorgendosi appena dè tratti, da' quali era vinto.
- Gli Oziosi Napoletani pagavamo quattro, e anche sei scudi il mese al Casertano, ch' insegnava questo Giuoco: ed è indole propria nostra dì pagar bene coloro, che insegnano a perder tempo, Q ozio di Napoli caro più dell' oro!
- Il metodo di Gioachimo Greco Calabrese è stato seguito dal Signor Filidoro, e può dirsi generale in Francia, in Inghilterra, in Germania, e in altri paesi del Nord. Noi qui di Gioachimo Greco ne abbiamo appena notizia, e ' l suo libro ci sarebbe affatto ignoto, se non esistesse una traduzione francese del medesimo: Le Jeu des Eschecs traduit de l' Italien de Gioachimo Greco Calabrois. A Paris chez Ileni Moschet 1714.
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