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Personajes y Autores

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Marco Gerolamo Vida
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Marco Gerolamo Vida
Cremona 1480/1485 - Alba 27.11.1566




"Scacchia Ludus": pequeño poema en hexámetros latinos, de inspiración virgiliana, en el que se encuentra representada una partida entre Apolo y Mercurio, en presencia de los otros dioses del Olimpo en ocasión del matrimonio entre Océano y Tierra. Mercurio, como vendedor, recibió el premio el caduceo. Enamorado de la ninfa Scaccheide, le donó el tablero de ajedrez y le enseñó el juego que desde entonces, en italiano, ha sido llamado "scacchi", en su honor. Esta obra tuvo gran difusión y, durante los siglos posteriores fue traducida en muchos idiomas. La obra, escrita en 1513, fue publicada en forma anónima en 1525, y dos años mas tarde, se publico la edición autorizada.



La scaccheide
di Girolamo Vida
Tradotta in versi volgari

In Verona, MDCCLIII.
Per Agostino Carattoni Stampador del Seminar. Vescov.
CON LICENZA DE' SUPERIORI
                       A SUA ECCELLENZA
                           BERTUCCI
                            DELFINO
            Per la Serenissima Republica di Venezia
              PROVEDITOR ESTRAORDINARIO DI VERONA

                      CARLO PINDEMONTI:


NON mancherà sicuramente chi m'accusi di troppo ardito
o di poco avveduto, come quegli, che importunamente con
la offerta di questa Operetta interrompa a V.E.
l'attenzione a que' tanti e sì gravi affari, da' quali
e per sostenere ad un tempo due sublimi Cariche, e per
lo proprio infaticabile zelo è continuamente circondata.
Conosco veramente, che irragionevole non sarà l'accusa,
ma vagliami per mia difesa, che a me pareva necessario
l'abbracciare questa occasione di mostrar al publico
i sentimenti della mia riverenza, e dirò ancora della
gratitudine per tanti titoli da me dovutale.
In quale altra maniera io giovine e non atto per l'età
e per l'inesperienza a' publici impieghi poteva, se non
dedicandole i primi acerbi parti del mio ingegno,
corrispondere a tanti atti d'incomparabile gentilezza
e benignità, ch'Ella fin da' primi momenti del suo arrivo
per la mia Patria felicissimo ha dimostrati, e tuttavia
seguita a dimostrare verso tutta la mia Casa, e
particolarmente verso uno de' miei Fratelli, il quale ora
impegnato nel più faticoso impiego, che dispensi questa
Città, si pregia e compiace tanto esercitarlo sotto il
suo glorioso Reggimento, da cui va egli predicando di
ricevere ogn'ora e grazie sì copiose e sì giovevole
protezione?
Ma che dico la mia Casa e mio Fratello? La Città tutta,
e tutti gli ordini da i più cospicui a i più infimi
non finiscon mai di celebrare da per tutto con giustissime
lodi in V.E. zelo indefesso, generosità, carità, e di
benedire il Principe Serenissimo, che a noi mandato abbia
un Soggetto, il quale in sì mirabili modi sà accoppiare
i doveri tutti delle sue Cariche co i modi tutti di giovare
a questa Città e Territorio, che in Lei riconoscono e
provano un giustissimo Rappresentante, e un Padre amorosissimo.
Sono sì chiare tali verità, che non mi si può opporre pur
un'ombra d'adulazione ad ingenua persona troppo sconvenevole,
ma bensì ch'io sia tanto scarso e ristretto, dove mi si apre
materia così abondante di ragionare; il che deve attribuirsi
e alla sua modestia più desiderosa di meritare le lodi, che
d'affollarle, e a i brevi termini, ne' quali una Lettera
dedicatoria deve essere circoscritta. Per la medesima cagione
tralascio di favellare della chiarissima sua Famiglia,
nella quale, oltre l'essere uno de' principali ornamenti
dell'inclita nostra Dominante, si può dire che sien come
ereditarie le più eccelse Dignità Civili, Ecclesiastiche,
e Militari. Declinando perciò da sì ampio campo, la prego
a ricevere in buon grado questa fatica, bensì nobile e grande
per lo merito del suo primo Autore, ma per me, attesa
la scarsezza del talento mio, picciola e bassa;
e a risguardare nella tenuità del dono l'ampiezza del
desiderio in chi ora ad offerirglielo s'appresenta.
Non voglio stancare più lungamente la tolleranza di V.E.,
e nel porgerle questo pegno della divozione e servitù mia,
prego il Cielo, che ancora per ben nostro conservandola
lunghissimo tempo, la ricolmi d'ogni felicità.


      QUAL'OR SUPERBO VINCITOR SEN RIEDE
      DI REGIE SPOGLIE CARCO EROE GUERRIERO,
      SECO TRAENDO INCATENATO IL PIEDE,
      DE I GIÀ VINTI CAMPION STUOL PRIGIONIERO;

      L'ELETTA GIOVENTUDE ALLOR SI VEDE
      STANCARSI IN LOTTE E IN CORSI, E DI SINCERO
      APPLAUSO E VERA GIOJA A LUI FAR FEDE
      ONOR PRESTANDO AL BEL TRIONFO ALTERO.

      TALE OR CHE IL TUO GRAN SENNO E 'L ZELO ADDUCE
      NOSTR'ALME IN DOLCE SERVITUDE, E 'L GRANDE
      TUO NOME ECCELSO IN QUESTO SUOL RILUCE,

      MENTRE TUE GLORIE OGN'UN MORMORA E SPANDE,
      IN GIOCO ILLUSTRE IO T'OFFRO, O SAGGIO DUCE,
      VAGHE AL TUO CRIN DI NOVO ONOR GHIRLANDE


      Di guerra imago a cantar prendo, e pugne
      A le vere simìli, e Armati ed arme
      Finte di bosso, e gli scherzevol Regni;
      Come fra lor per bel desio d'onore
      Combattano due Regi un bianco e un negro
      Con armi tinte di que' due colori.
      Dite, d'Adige o Ninfe, i gran conflitti
      A i Vati et a le Muse ignoti ancora.
      Non v'ha camin: ma pure andar mi giova
      Ove l'ardor mi spinge, e via non trita
      Io m'affretto a calcar Giovane audace.
      Voi m'aprite il sentier, mentr'io deserti
      Sassi trascorro, o Dive, e per secrete
      Inaccessibil rupi il piede aggiro.
      Voi pria tal Gioco rammentar dovete,
      Voi ne l'Italo suol prime insegnaste
      Cotesti studj, de l'egregia Suora
      Scacchide Ninfa monumento illustre.
      De gli Etiòpi a le magioni, e a i campi
      Del Titonio Mennòne ito se n'era
      Giove, de l'Ocean le mense amiche
      Non isdegnando, che con sacro nodo
      Allor s'univa a la gran Madre antica.
      Tutto era seco de' Celesti il Coro;
      E risuonavan di festosi gridi
      Tutti del vasto mare i lidi intorno.
      Poi che spenta la fame, e che rimosse
      Furon le mense, l'Ocean, de' Numi
      Con lieve Gioco a rallegrar le menti,
      Il dipinto Scacchier fa che si rechi.
      Sessanta e quattro sedi a otto a otto
      Son d'ogni parte in ordine disposte,
      Tal ch'un quadrato formano perfetto.
      I seggi tutti hanno la forma istessa,
      Egual lo spazio, ma il color diverso:
      Alternan sempre variando, e al bianco
      Succede il negro, in quella guisa appunto
      Che la pinta testuggine si vede
      Il suo concavo dorso aver macchiato.
      Allor a i Numi, che stupìan tacendo,
      Disse ei così: De lo scherzevol Marte
      Ecco la sede, e di battaglia il campo.
      In questa arena a voi mirar sia dato
      Star due contrarie schiere, e oppor le insegne,
      E l'una incontro l'altra i passi e l'armi
      Movendo, imago suscitar di guerra;
      Spettacol, che tal'ora entro gli algosi
      Umidi alberghi le cerulee figlie
      De la gran Dori, e tutte l'altre genti
      Del secondo ampio regno abitatrici
      Godon vedere, allor che sono in calma
      I falsi piani, e giace il mar senz'onda.
      Ed ecco quelli, che le finte pugne
      Trattar dovranno, disse, e aperta un'urna
      Su lo Scacchiero poi versando, fuore
      Da mano industre effigiato bosso
      Ne trasse, e corpi assomigliati a i nostri,
      Finte schiere tornite e bianche e negre,
      Duplicate ordinanze, di vigore
      E di numero eguai, sedici in bianco
      Ed altretanti avvolti in negro ammanto.
      Qual di ciascun diversa è la sembianza,
      Così tutti han diverso il nome ancora,
      Diverso incarco, e non egual potere.
      Ivi d'aureo diadema il capo adorni
      Veggonsi Re superbi, e le seguaci
      Inclite Spose a guerreggiar disposte.
      V'è chi su bel destrier, chi pugna a piede,
      Chi con saette: nè già mancan belve,
      Che d'armi e Armati pregna eccelsa torre
      Portano a la battaglia; in ambo i lati
      Gl'Indi Elefanti rimirar tu credi.
      S'avvian al campo omai le instrutte schiere,
      Già son le Armate una de l'altra a fronte,
      E ne' suoi luoghi ogni Guerrier si pone.
      Primieramente de l'estrema fila
      Stanno gli armati Re nel quarto seggio
      In ambedue le parti opposti entrambo;
      Vuote però sei file ad essi in mezzo
      Sono interposte: e quà su negra sede
      Si posa il bianco, e là su bianca il negro.
      Succedon le guerriere invitte Mogli,
      Ciascuna del suo Rege al fianco affissa,
      Una con varia legge al destro, e l'altra
      Ne' destinati seggi al manco lato
      Stassi; sul bruno seggio evvi la nera,
      Sul candido la bianca: ama ciascuna
      Nel primo posto il suo natìo colore.
      Sieguono poi due giovanetti Arcieri
      Negri, e due bianchi; a questi il nome un tempo
      D'Areifili diè la prisca Atene,
      Poi che fra quanti egli conduca in guerra
      Sono i più cari a Marte; ad essi in mezzo
      Il Re si chiude e la Real Consorte.
      Poi di tremole creste adorni e vaghi
      Frenan due Cavalier in ambo i campi
      Pronti a correr fra l'arme i lor destrieri
      Di quà poscia e di là su l'ali estreme
      Vedi sorger due Rocche, alte murali
      Macchine, cui gl'Indi Elefanti in guerra
      Portan su i dorsi immani. Otto pedoni
      Al fine in una schiera, ed altretanti
      Sieguon ne l'altra, e la seconda fila
      Quinci ad essi le sedi, e quindi appresta.
      Parte del Re sono scudieri, e parte
      De l'armigera Sposa ancelle fide;
      E de la guerra a lor conviene i primi
      Tentar perigli, e cominciar gli assalti.
      Appunto tal la legion di bosso,
      Distinte le falangi in ordin doppio,
      Si dispose quà e là ne' campi suoi,
      E tali di color diverse ed armi
      Fiammeggiar si miraro ambedue l'ale,
      Qual se dal gelo alpino i bianchi corpi
      Mova Gallico stuol con bianche insegne
      Contro le Orientali ultime schiere,
      E del nero Mennòne a lui simìli
      Le accolte genti, e gli Etiopi ignudi,
      Che di Fetonte ancor portano impresso
      Ne' volti adusti il temerario ardire.
      Indi il Padre Oceàno a dir riprese.
      Omai vedete quai le squadre, e quali
      Sien le lor tende, o Abitator del Cielo;
      Or apprendete del pugnar le leggi,
      Poichè sue leggi ha questa pugna, e contro
      I lor divieti unqua a i Guerrier non lice,
      Non che l'armi adoprar, mover un passo.
      In prima alterni i Re mandino in guerra
      Colui, che scelto avran fra tutti i suoi.
      Se prima un negro Armato in campo venne,
      Un bianco tosto gli s'oppon, nè lice
      Già mai scagliarsi in fra i nemici a stuolo.
      Han tutti una sol cura, una sol mente,
      Chiuder i Regi in fra le turbe ostili,
      Onde fuggir da nessun lato impuni
      Non possan, nè sottrarsi al fato estremo;
      Poi che sol questo è di tal guerra il fine.
      Fra tanto a li nemici opposti corpi
      Non si perdona, ma col ferro un l'altro
      Si struggono a vicenda, onde più presto
      L'abbandonato Rè morto rimanga.
      Ogn'or scemando va per nuove morti
      L'un campo e l'altro: la dipinta piazza
      Sempre vie più si scopre, et a vicenda
      Ed atterrano, e cadono; ma tosto
      Dee sottentrar il vincitor del vinto
      Nel luogo, e sostener de l'ala ultrice
      I primi sforzi: e se schivarne i colpi
      A lui riesca, e fuggir morte, allora
      Puossi in salvo ritrar col piè fugace.
      Ma di guerra la legge a i soli Fanti
      Dopo il primo camin (facili prede)
      Tornar divieta, et in sicuro addursi.
      Or non tutti i Guerrieri il modo istesso
      Han di mover il passo, o vibrar l'armi.
      Deggiono allor, che a pugnar vanno, i Fanti
      Solo una sede trasportarsi innanzi
      Dirittamente a l'inimico opposti.
      Pur loro è dato nel primiero assalto
      Proceder oltre, e raddoppiare il passo.
      Ma vicini a ferir torcono il colpo,
      E per obliquo ad impiagare intenti
      Percuotono di furto i cavi fianchi.
      Gli Elefanti però, che in ambo i lati
      Chiudon le file, allor che sul gran dorso
      Le torri sostenendo, e per le schiere
      Terror portando e strage, entrano in zuffa,
      Dirittamente ogn'or ponno di fronte,
      A destra, et a sinistra, avanti, e indietro
      Trascorrer tutto impunemente il campo,
      E in ogni parte il piano empier di morte;
      Pur che furtivi feritori obliqui
      Essi non sien: che questo lice ai soli
      Arcier fra gli altri i più diletti a Marte.
      Movonsi questi obliquamente, e calca
      Uno i bianchi sedili, e l'altro i negri,
      E con obliqui dardi ambo fan guerra;
      Nè lice variar, quantunque ad essi
      Quinci e quindi vagar per ogni sede
      Sia dato, e tutto misurar il campo.
      Insulta il fier Cavallo, e al fren ripugna.
      Non mai trascorre in fra le folte squadre
      Per dritta via, ma sempre in curvo salto
      Impetuoso inalza i piè ferrati,
      E doppia sede attraversando ei varca.
      Se fermo prima sovra un negro seggio
      Egli aspettava, indi salir veloce
      Dee sovra un bianco, e del sedile ogn'ora
      Variando il color, già mai non puote
      Stender più lunge, o far più breve il salto.
      Ma l'invitta Reina, anima e forza
      De l'esercito tutto, a fronte, a tergo,
      A manca, a destra, e per obliquo calle
      (Ma con retto cammin) sempre si move.
      Solo non può, qual del Cavallo è stile,
      I nemici assalir con curvo salto.
      Al corso suo non già confine o meta
      Mai si prescrive: ove l'ardor la spinge
      Ella avventar si può, pur che de l'Oste
      Nemica o sua nessun le chiuda il passo;
      Poi che niun sorpassar mai può le schiere
      Di salto: è questo al sol Caval concesso.
      Più cauti movon l'arme entrambo i Regi,
      Ove del popol tutto, e de la guerra
      Ogni speranza, ogni fiducia è posta.
      Salvo il Re, pugnan gli altri arditi e franchi;
      Morto lui, cede ogn'uno, e il campo lascia:
      Che tutti ei preso in sua ruina involve
      Dunque non mai trascorre; a lui devoti
      Mostransi tutti, e tutti in folta schiera
      Chiudonlo in mezzo a sua difesa accinti.
      Spesso per lui sottrar da l'armi, il petto
      Ogn'uno a i colpi espone, ogn'un desìa,
      Pur che viva il suo Re, perder la vita.
      Non è sua cura, o d'eccitare a l'armi,
      O di ferir; ma basta sol, che attento
      A i perigli si tolga, e morte schivi.
      Non fia però, che impunemente alcuno
      D'appresso gli s'opponga; in ogni parte
      Ei ferir puote, ma non osa mai
      Di correr lungi, e poi che fuori uscìo
      De la sua Reggia, e che co' primi auspicj
      La sua sede cangiò, solo a lui lice
      Con lento piede al più vicin sedile
      Passar, o se ferisca, o se da' colpi
      La destra arresti, e non insulti errando.
      Di guerra tal fin da le antiche etadi
      Questi i costumi fur, queste le leggi.
      Ora mirate ambe pugnar le schiere.
      Egli sì disse, ma perchè qual'ora
      Si stanca l'uman germe in aspre guerre,
      Gli stessi Numi ancor, quai l'una parte
      E quali l'altra a favorir rivolti,
      Pugnan fra lor con odj alterni, e fiere
      Ardon per tutto il Ciel battaglie e risse,
      L'onnipotente Re Giove da l'alto
      Soglio parlando a tutti i Numi impera,
      Che da l'armi mortali ogn'un s'astenga;
      E perchè niun per questo o quel s'adopri,
      Con tremende minacce ei gli spaventa.
      Indi il lunghi-crinito Apollo, e seco
      Chiama d'Atlante il bel nipote, cui
      La bianca Maja partorì di furto,
      Ambo leggiadri, e nel fiorir de gli anni.
      Non i talari a le veloci piante
      Avea Mercurio ancor: nè gli anelanti
      Destrier guidava per le curve vie
      De l'Olimpo sereno il biondo Apollo
      Di Titan su la terra i rai spargendo,
      Insigne solo per le chiome d'oro,
      E la gemmata, che sul molle fianco
      Da i bianchi omeri scende, aurea faretra.
      Vuole il gran Genitor, che questi soli
      Pugnin fra loro con opposte gare
      Ne la giocosa guerra, e l'uno e l'altro
      Qual più parte gli aggrada a guidar prenda;
      E degni premj al vincitor prepara.
      I primi Dei s'assisero; de gli altri
      Minori in piede la confusa turba
      Si sparge intorno; ma si guardan tutti
      Da l'additare a i Giocator col cenno
      O con la voce i preveduti colpi,
      Come prescrive il fatto accordo, e come
      Del sommo Padre il gran comando impose.
      Si cerca al fin cui pria mover sua schiera,
      E i rischi provocar del novo Marte
      Tocchi, e spinger qual vuol de' suoi Guerrieri
      Contro il nemico; de la bianca Armata,
      (Poi chè questo credean non lieve acquisto)
      In ciò la sorte al Condottiero arrise.
      Tacito allora e in se raccolto ei pensa
      Qual di sue schiere or più condur gli giovi
      Al pinto campo in mezzo; et a quel Fante,
      Che da l'oste il suo Re copre e difende,
      Moversi impone, et oltre andar due passi;
      Cui tosto il Condottier del popol nero
      Oppone e guida anch'esso in dritta riga
      Un suo nero Pedone, e gli comanda
      Che del nemico, il qual s'appressa, a fronte
      Con l'armi sue si fermi, e 'l mosso assalto
      Con pari ardir sostenga, ed arme pari.
      Stan dunque un contro l'altro in mezzo al campo
      Fermi, e tentan in vano alterni colpi,
      Poi chè pugnando in dritta riga i Fanti
      Non hanno di ferirsi arbitrio e legge.
      Sottentrano in ajuto e quinci e quindi
      A deftra et a sinistra i lor compagni,
      E tutti d'arme e Armati empiono i luoghi
      Alternando le veci; ancor la pugna
      Non si confonde orribilmente e mesce;
      Marte placido scherza in mezzo a l'armi,
      E tentan lievi zuffe in se ristretti.
      Quando il nero Pedon, che al bianco incontro
      Andò primier, ver la sinistra parte
      Spinse di furto il ferro obliquo, e ratto
      L'emulo Fante uccise, e nel suo luogo
      Con generoso ardir il piè ripose.
      Ah meschin sovrastar ei non si vide[1]
      Insidioso il suo nemico al fianco.
      Poi cade anch'esso il vincitor superbo,
      E con la morte abbandonò la pugna.
      Allora il Regnator del popol nero
      Dal suo seggio Real, che in mezzo è posto,
      Cauto si tolse, e ne le fauci ertreme
      Passò del campo a i più riposti alberghi;
      E da folto drappel de' Fanti suoi
      Ivi munito e cinto egli s'ascose.
      Tosto da l'una uscendo e l'altra parte
      Scompigliano le schiere i due sinistri
      Pugnaci Cavalieri, ed alternando
      I salti e i colpi empion di morte il campo.
      Cadono a terra in ogni parte i Fanti,
      Misera gioventude, a cui non lice
      Ritrarsi a dietro, e de' nemici astretta
      Sempre incontrar, nè mai schivare i colpi.
      Al calpestìo de le ferrate zampe
      Odi suonar la marziale arena
      Tutta di sangue e stragi infetta e grave:
      Mentre però sol de' Pedoni intento
      A la ruina et a le morti Apollo
      Anela, e predator del popol nero
      Contro i nemici il Cavalier sospinge;
      Più generoso ardor s'accende in petto
      A l'Arcade Garzon, che con occulti
      Agguati e frodi altra più grande impresa
      Ordisce e tenta: e il Cavalier sinistro
      Mentre adduce a pugnar, de' bianchi Fanti
      Lo stuol per ciò sorpassa, ed oltre scorre.
      Di qua di là l'agil destrier s'aggira,
      E impunemente de le bianche squadre
      Sfrenato in mezzo vola, al Re nemico
      Insidie machinando. Al fin fermossi,
      Et occupando il sospirato luogo
      Quindi al Re bianco, e quinci a l'Elefante
      Parimente minaccia eccidio e morte,
      A l'Elefante, che nel destro corno
      Con la sua vasta mole, e con sua torre
      Il capo ergendo al Ciel fermo si stava.
      Febo, poi ch'arrivò l'annunzio infausto
      Di dar soccorso al chiuso Re, ne pianse,
      Scorgendo che così di morte in preda
      La Rocca ei dee lasciar senza difesa;
      Ne potendo al fatal periglio estremo
      Ambi sottrar, che rio destino il vieta.
      Ma la cura maggior è porre in salvo
      L'afflitto Re, che al destro lato ei guida.
      La fiammeggiante spada allora impugna
      Il bruno Cavalier, e la gran belva
      Con glorioso ardir abbatte e svena;
      Immenso danno in ver, nè dopo l'armi
      De la Vergin feroce è chi l'eguagli
      Ne l'esercito tutto. Apollo allora
      Quindi non uscirai senza il dovuto
      Castigo, ei disse, e con le folte schiere
      E co' Pedoni lo circonda e preme,
      Quegli tremante, e di morir già certo
      S'agita e freme, e fuggir tenta in vano;
      Poi chè quindi l'Amazone il minaccia,
      E la stretta falange indi s'oppone.
      Per la man bella al fin (dolce conforto
      Al suo morir) de la Reina ei cade.
      Si crucia il bianco stuolo in un de' lati
      Ahi debil reso, e di dolore e d'ira
      Vie più s'inaspra. Qual feroce Tauro,
      Se allor che contro al suo nemico il petto
      Spinse, perdè pugnando il destro corno,
      Vie più s'irrita a la battaglia, i fianchi
      Di sangue asperso, e l'animoso collo,
      E tutto fa di gemiti e muggiti
      Risuonar la campagna e 'l vicin bosco:
      Tal de la bianca Armata era l'aspetto
      Dopo il destin de l'Elefante ucciso.
      Quinci d'ire maggiori Apollo avvampa,
      E sol di stragi e di ferir bramoso
      Le ultrici schiere a l'arme incita, e al sangue,
      E incauto e senza legge i suoi disperde;
      E pur che vegga al suol feriti o morti
      I nemici cader, senza difesa
      A certa morte i suoi Guerrieri espone.
      Più accorto l'altro, e a i furti atto e sagace
      Indugia, e le vicende e i moti osserva;
      E se d'utile colpo a lui s'offrisse
      Un favorevol punto, intento aspetta.
      Dopo un lungo pensar per trarre a morte
      La superba Reina, ei da vicino
      A i colpi del nemico un nero Fante
      Offre, e poi tosto a ricoprir l'inganno
      Di pentirsi fa mostra, e sospirando
      Qual di commesso errore ei si querela.
      Drizza l'Arciero nel momento istesso
      De la bianca Reina i dardi al fianco
      Dal destro corno; il condottier nemico
      Nulla di ciò s'accorse, et a sinistra
      Incontro al fosco stuol guidava un Fante.
      Ma di tanta ruina e sì funesta
      Strage mossa a pietà l'Idalia Dea
      A l'incauto Garzon feo co' begli occhi
      (Poi ch'era a sorte incontr'a Febo assisa)
      E con gentil sorriso occulti cenni.
      Tosto si scosse impaurito Apollo,
      E si riflette, e con attento sguardo
      Le genti tutte trascorrendo e i luoghi
      De l'insidia s'accorse, e 'l bianco Fante,
      Che spinto incontro avea, con pronta mano
      Ritrasse indietro, et al fatal periglio
      L'Amazone rapì. Ma il figlio allora
      De l'Atlantide Maja empie di gridi
      Il Circo tutto, e prigioniera o morta
      La mal difesa Donna egli pretende.
      La turba degli Dei s'agita e freme
      Di pareri discorde: e 'l biondo Apollo
      In guisa tal si difendea da l'alto
      Lido parlando: E perchè mai non puote
      Chi di giocosa guerra a i premi aspira
      Gl'incauti falli de l'errante destra
      Corregger poi, ciò non vietando i patti.
      Che se da indi innanzi in mente hai fiso
      Ciò più non tolerar, legge si faccia,
      Che lo vieti, o Cillenio, e che qualunque,
      O nero siasi o bianco, incontro a l'Oste
      Movan le dita, irrevocabilmente
      Egli gir deggia, e del dubioso Marte
      Tutti fermo incontrar perigli e casi.
      Sì disse, e a lui tutti assentiro i Numi.
      Di nascosto a la figlia acerbe occhiate
      Volse, quasi sgridando, il divin Padre:
      Nè l'Arcade Garzon di ciò s'avvide.
      Bensì d'ira e di duol trafitto il core
      Ne pianse amaramente, e puote a pena
      Le mani trattener dal por sossopra
      L'un campo e l'altro, e roversciar le squadre.
      Indi pugnar con ogn'inganno ed arte
      Egli fra se risolve, e insidiosi
      Mescer per tutto il piano agguati e frodi.
      E già movendo a la battaglia un nero
      Giovin saettator vuole che il salto,
      Vietato a lui, del Cavaliero imìti.
      Occupa quegli il non suo seggio, e morte
      A la bianca Eroina indi minaccia.
      De l'inganno s'accorge, e ne sorride
      Febo, e a gli astanti volto, A' furti pronta
      Benchè, dicea, sia di costui la destra
      E benchè sempre a scaltre insidie occulte,
      O Mercurio, vegliar sia tuo costume,
      Già non avrai d'avermi colto il vanto.
      L'ingannatrice man però ti piaccia
      Corregger tosto. Di ciò riser tutti
      Gli Spettatori in vasto cerchio accolti;
      E lo scaltrito Giovine fingendo
      Involontario error, l'Arcier ritrasse,
      E in altra sede a lui concessa il pose.
      Più cauto veglia Apollo, ogn'or novelle
      Insidie paventando, e non in vano,
      Poi che spingendo l'altro i bossi alterni
      Nel campo ostil, contro le leggi e i patti
      Con le veloci dita a la battaglia
      Moveria due Campioni in un sol punto,
      Se attento e fiso ad impedir la frode
      Non vigilasse il provido nemico.
      E già l'arco tendendo il bianco Arciero
      Al nero Cavalier s'oppone, e lungi
      Lui tien, che l'arme in petto a la nemica
      Real Consorte insanguinare aspira.
      Movesi allora e si raggira il destro
      Vasto Elefante, e ne le candid'arme
      Superbo esulta. De l'immane Belva
      Non teme già, ma fermo in mezzo al piano
      Stà bianco Cavalier, sol desioso
      Di versar regio sangue, e ne le vene
      De la Sposa o del Re macchiar sua spada;
      E già ver l'uno e l'altra indrizza i colpi.
      Impunemente osar cotanto ei crede;
      E si pensava (o folle) ir di nemiche
      Regali spoglie alteramente adorno.
      Sì temerario ardir già non sofferse
      Il fosco Arcier, che sul teso arco adatta
      Lo stral pennuto, e benchè a lui sicura
      D'un Fante da la man morte sovrasti,
      Al nemico s'avventa, in se disposto
      Per trarre a fin sì gloriosa impresa
      A un bel desio d'onore offrir sua vita.
      La stridente saetta al ventre in mezzo
      S'affigge, e penetrando in sino a l'ime
      Viscere arriva il sanguinoso acciaro.
      Quegli al suolo trabocca, e si dibatte
      E vibra calci a l'aura; al fine uscìo
      L'Alma sdegnosa, e si mischiò fra venti.
      Indi cadde l'Arcier per man d'un Fante;
      E tosto un altro de la plebe ostile
      Atterrò l'uccisor. Più fiera ed aspra
      Sorge la pugna. Avventansi feroci
      Le torrigere Belve; di saette
      Da tesi nervi uscito un nembo stride:
      E de l'ugne ferrate a i colpi a i salti
      Tinto di due colori il campo geme.
      Al nemico il nemico è presso, e tutti
      Ugual furore i crudi cori infiamma.
      Tutte le genti insieme e bianche e negre,
      Ambe le squadre, e Capitani e Fanti
      Per la sanguigna arena in un confonde
      La fiera alterna zuffa, ove non meno
      De la virtude anco Fortuna ha parte.
      Or questi si vedean già vincitori
      Per tutto il piano ributtar le avverse
      Cedenti schiere, ed or tornarsi a dietro
      Rivolti i freni, e a l'impeto nemico
      Ceder il luogo, e con vicende alterne
      Tutto ondeggiar de la battaglia il campo.
      Così l'onde marine, allor che guerra
      De l'Eolia prigion sciolti da i lacci
      Si fanno gli Euri, e volgono sossopra
      L'ondisonante Ionio, o il mar d'Atlante,
      Spingono al curvo lido alterni i flutti.
      Incrudelisce intanto, e danni e stragi
      Sparge la bianca Amazone, e feroce
      Mille sola affrontar non ha timore.
      Mentre s'avanza, e mentre torna, pria
      Il nero Arcier, poi l'Elefante atterra;
      E per l'ale or a destra or a sinistra
      Qual fulmine trascorre, e l'aste vibra.
      Dan luogo a la Guerriera et arme e genti,
      Che sbigottite arretransi; per mezzo
      A le spade e a' nemici ella si scaglia
      Ove bella è la morte, e fin l'estreme
      Ardisce penetrar nemiche file,
      Fidando assai ne le veloci piante.
      Gli ordini rompe, e con la spada e gli urti
      S'apre il sentiero fra perigli, e mostra
      Entro feminee membra Alma virile.
      Al fine il popol nero et il suo Duce,
      Tali prove in mirar, de la sua sorte
      Regina anch'ei le posse, e l'arme implora.
      Or indugio non v'ha: la gran Guerriera
      Veloce accorre, e con ardir'eguale
      Oppone forza a forza, ed armi ad armi.
      Deh chi prima, e chi poi, Vergin pugnace,
      Di tua grand'asta i colpi sente, e quanti
      Bianchi corpi tu lasci al suol distesi?
      I Fanti e i Cavalier candidi e negri
      L'ardir deposto, et il diletto a Marte
      Garzon Saettator per la campagna
      Pallidi e semivivi errando vanno.
      Or chi potrà le morti, or chi la strage
      Di quella pugna, e gli abbattuti Duci
      Col canto pareggiar? la terra tutta
      D'orrore e lutto e roversciati bossi
      Si vede ingombra e sparsa, e miserando
      Eccidio sorge. Tuonano di colpi
      Sovra i capi de l'una e l'altra gente
      Indistinti romori, e con le nere
      Vedi miste infierir le bianche squadre.
      S'atterran Cavalier, s'atterran Fanti,
      Mentre le due Guerriere i feminili
      Con alterno furore infesti dardi
      Si vibran contro, in se disposte e ferme
      Non ceder mai, per fin che questa o quella
      Vuota di sangue e di ferite piena
      Il crudo spirto non esali, e prima
      Al viver suo, che al guerreggiar dia fine.
      D'ambe le Armate i Condottieri intanto
      Gli uccisi in guerra, ed i nemici schiavi
      In vicina prigione a le sue tende
      Custodivan gelosi, onde non possa
      Chi fu preso una volta, o giace estinto,
      Novella acquistar vita e libertade,
      E accrescer forza ingiustamente a' suoi
      Tornando in mischia; ma d'Apollo al fianco
      Assiso il Tracio Marte, e al giovinetto
      Figlio di Maja in amistà congiunto,
      Pensando va se destra ed opportuna
      Occasion s'aprisse, ond'a l'Amico
      Giovar ei possa, e tutti i casi osserva.
      Indi due corpi estinti, e in guerra presi,
      Un nero Fante, e un faretrato Arciero
      Da quei, che già da l'alma vita esclusi,
      E privi del soave aer sereno
      Giacendo stanno, ei toglie, e gli sospinge
      Furtivamente al sanguinoso Agone.
      E già con novo ardir i redivivi
      Due Prigioner menan le mani, e il campo
      Scorron di ferro e di valore armati:
      Non altrimenti uno pur'ora estinto
      Cadavero tal'or dal suolo aperto
      Colchica Maga, o Vergine Massìle
      Fuor tragge, e co' i ferali Inni implorando
      I Numi inferni, ed Ecate triforme,
      Ne le membra (o stupor!) tiepide ancora
      Insinua un falso spirto, e le loquaci
      Avre v'infonde, e già da terra alzarsi
      Il miri, e già si move, e parla, e vede
      E del Cielo e del Sol gode fra vivi.
      Ciò soffrir non poteo di Giuno il figlio
      Vulcan, che solo de l'indegna frode
      S'accorge, e grida, e la discopre a Febo.
      Sorpreso il Tracio Nume impallidisce:
      E d'ira Febo e di dolor s'accende.
      Sdegnato allora il sommo Padre a Marte
      Impone, che dal campo i non dovuti
      Corpi allontani, et i soccorsi ingiusti;
      E vuol che nulle sieno e quinci e quindi
      Le inique mosse, e i falsi colpi, e tosto
      A lo stato primier tutto ritorni.
      Più furibondo allora e l'uno e l'altro
      Duce a pugnar s'infiamma, et ambe manda
      Le Vergini feroci infra le ostili
      Opposte squadre a insanguinar la spada.
      Esse di strage e sangue infette e lorde
      Spargon per tutto il piano alta ruina.
      Fermansi alfine, e l'una a l'altra incontro
      Del Re si pone a la difesa; quando
      La bianca il ferro mosse e a tergo assalse
      L'Emula sua, che non previde il colpo,
      E l'atterrò; ma da volante dardo
      Colta la faretrice al suol cadèo;
      E brievi fur le gioje a l'infelice
      De le nemiche spoglie e del trionfo.
      A l'eccidio crudel gli occhi rivolse
      Ciascuno, e mentre dal sanguigno suolo
      I duo rapiti furo estinti corpi,
      D'urli e di pianti e feminili strida
      Per ambo i campi alto romor s'udìo.
      Allora in folta schiera intorno a i mesti
      Vedovi Re ne' più riposti alberghi
      Si stringon tutti, pari e quinci e quindi
      Il terror sorge; pari è la ruina
      De i duo scemati campi, et ugualmente
      De' propri danni e de' perduti Amici
      Ha l'un popolo e l'altro onde lagnarsi.
      Non distrutte però, se ben minori
      Sono le forze; a te pur anco intatti
      Fra tanta gioventù restano, o Febo,
      Tre Fanti et un Arciero, e di sua torre
      Gli omeri immani un Elefante armato.
      Altretanto, o Cillenio, a te rimase
      Da la gran Belva in fuor, che ne la sua
      Sede primiera, ove si stava in pace,
      Pur or trafitta da volante canna
      Senza oprar l'armi inonorata cadde.
      Di sua perduta gente afflitto e mesto
      S'ange Cillenio, e più sperar non osa,
      E a se rapiti da l'avverso Fato
      Tanti famosi Eroi geme e sospira.
      Non però la tenzon ei lascia, e i suoi
      Pochi Guerrieri, ancor dal ferro illesi
      Del nemico crudele (ultimi avanzi)
      Più cauto espone a i fier perigli, e osserva,
      Se dopo tante morti a lui dal caso
      Qualche sentier s'aprisse, ond'egli in parte
      Potesse riparar de l'abbattuto
      Popolo i danni, e la fatal ruina.
      Il nero scarfo stuol per la campagna
      S'aggira, in se disposto ogni fortuna
      Tentar di guerra, e qua e là scorrendo
      Esplorar le vie tutte, e 'l luogo e 'l tempo
      Di recar danno al Vinciror nemico.
      Non con sembianza egual da l'altro canto
      L'altro Duce si move, e di sua sorte
      Altero esulta. Ohimè qual de le squadre
      Appar la mesta faccia? ohimè qual'era
      De' Capitani il miserando aspetto!
      Da poca gente calpestato il doppio
      Campo ampiamente or si discopre, e inoltra
      De' Cittadini suoi vuoti gli alberghi.
      Egualmente doleansi intanto i due
      Vedovi Re, senza la Sposa amata
      Le future odiando (ahi sorte avversa!)
      Notti infeconde, e gli oziosi letti.
      Però ben chè costanti il primo amore
      In cor serbino entrambi, ad altri nodi
      Or fortuna gli astringe, altri Imenei.
      Primiero è il bianco Re, che a l'alto onore
      Del talamo regale or non isdegna
      Pur invitar de la Consorte estinta
      Le care ancelle, e ne la guerra un tempo
      Fide compagne, che dolenti e meste
      Contra il fosco drappel l'aste vibrando
      Per vendicar de la Sovrana amata
      L'acerbo fato offrian la vita indarno.
      Ma pria de le bell'opre, e del valore
      Risoluto è far prova, e del virile
      Spirto, onde poi chi n'è più degna ascenda
      Del regio letto a i meritati onori.
      Loro impone perciò spingersi inanzi
      Sprezzando morte, e penetrar l'estreme
      Del nero campo ostil lontane mete.
      Poi che niuna può mai (lo vieta il patto)
      Aspirar del diadema, e del reale
      Nodo a l'onor, se non chi pria fra l'armi
      E fra' nemici immunemente i seggi
      Tutti trascorra, e i penetrali occulti
      Ad occupar del Re nemico arrivi.
      Per sì bella speranza ardite e pronte
      S'avanzan tutte, e de' nemici in mezzo
      Per diritto sentier movono il passo.
      Prima avanti si trae quella, che al destro
      Corno si stava in su la terza riga,
      E fra se gode, e sol corone e scettri
      Rivolge in mente; le compagne a dietro
      Senza speme rimaste a lei di tanta
      Impresa cedon tutte il rischio e 'l vanto.
      Audace a la grand'opra ella sen vola,
      E l'ali impenna a le veloci piante
      La Gloria, e la sperata alta mercede.
      Nè v'è chi la ritardi, e non si cura
      Il nero avverso Re chiuderle il varco,
      Che novelli Imenei pur tenta, e 'l vuoto
      Talamo riscaldar con altra Sposa.
      Una però ne la sinistra parte
      Per la quarto sentiero accende e sprona
      In ver l'opposta Reggia. Il passo alterno
      Affrettar si vedean l'emule Donne;
      Ma d'un sol grado (ahi misera) sen resta
      La nera a dietro, e già superba e lieta
      La candida Donzella omai trascorsi
      I luoghi tutti, e 'l bel desìo compito,
      Su la bramata sede il piè ripose.
      Il Rege allor che sien recati impone
      Il gemmato diadema, e 'l ricco manto,
      Già de l'estinta altere spoglie e fregi,
      E il luminoso scettro, e a lei, che degna
      Se ne mostrò, la man porgendo e il core
      In nodo marital seco si lega.
      S'allegra e da lontano al fosco insulta
      Il bianco stuolo. Trattenere il pianto
      Non può di Maja il figlio, e il Cielo accusa
      Le vesti squarcia, e si percote il seno.
      A la nera Donzella un grado solo
      Ver la meta restava, ed ora insorto
      Per dritta fila incontro a l'infelice
      Il turrito Elefante a lei minaccia
      Ruina e morte, se la sede estrema
      Unqua toccar osasse, & ogni via
      Assediando, e sempre in lei rivolto
      Da l'ultimo sedil la tien lontana.
      In tanto la Real novella Sposa
      Sparge per tutto il campo orrore e morte,
      Del novo onor, de la regal fortuna
      Superba e lieta; per le nere squadre
      Qual folgore sen corre, e il Cielo e il Sole
      Atterrisce con l'armi. Oh quale ingombra
      Spavento il fosco stuol, che inabissarsi
      Vorria più tosto entro l'aperto suolo,
      Che sostener i furiosi assalti
      De la Vergin feroce, e 'l crudo aspetto!
      A l'impeto e al romor timidi e mesti,
      Dansi a la fuga, & indi al Re d'intorno
      In un folto drappel s'uniscon tutti.
      Non altrimenti dissipate e sparse
      Giovenche per li verdi aperti prati,
      Se avviene che tal'ora ingordo Lupo
      Scorgan venirsi incontro, i paschi e l'erbe
      Lascian fuggendo, e quindi in un ristrette
      Confuse e timorose il fido Toro
      Condottier de l'armento imploran tutte,
      E s'urtan con le corna, e ogn'una a gara
      Avvicinarsi al difensore aspira;
      De' lor muggiti al rauco suono intanto
      Rimbomban da lontan le valli e i boschi.
      L'Amazone fra tanto i vinti incalza,
      E in fuga volge, e più, che a gli altri, intenta
      Al Re nemico, e di sue spoglie ingorda
      Ver la tenda Real drizza la pugna.
      Or d'una parte or d'altra incontro a lui
      Furiando s'avventa; e appunto allora,
      Se sana era sua mente, ella potea
      Obliquamente per la quarta riga
      Correr su bianca sede, onde non era
      A l'infelice Re più varco o fuga.
      Ahi questo era del Re, questo del nero
      Popol l'estremo irreparabil danno,
      Nè più restava a l'Arcade Garzone
      Che d'avverso destin lagnarsi indarno:
      Poi che così scoperto al ferro ostile
      Era il fianco del Re, nè più potea
      Opporsi alcuno a la comun ruina.
      Il Nipote d'Atlante accorto e scaltro,
      Che ciò prevede, in cor si crucia e teme,
      E l'Avversario affretta, e con sue vane
      Ciance l'aggira, ond'ei non vegga il colpo.
      Poi come tardo lo motteggia, e in questa
      Guisa il rampogna: Adunque a te cotanto
      Lento esser giova, e niun rossor ti prende?
      Che viltà, che tardanza? et osi spesso
      Me di pigro accusar tu, che sì pronto
      Ora ti mostri? o da la notte or forse
      Soccorso aspetti, che de l'ombre il fosco
      Velo distenda, e a la tenzon dia fine?
      Mosso a tai detti mentre un nero Fante
      L'incauto Apollo uccide, il punto amico
      Di fortuna non colse. Allora al Cielo
      Erge la voce baldanzoso e lieto
      Mercurio, et al periglio il Re togliendo,
      Il Cavalier de la Regina a l'armi,
      Ond'allontani i crudi colpi, oppone.
      Poi pensando fra se come dar morte
      A l'Elefante, a quel, che de la meta
      Le vie chiudeva a l'animosa ancella,
      Che in van brama or salire al regio letto,
      Per mano de l'Arciero al fine il colse,
      E a terra stese. Il suon lungi s'udìo
      De la cadente moribonda Belva,
      Che con le vaste membra il suol percosse;
      Mentre con vani sforzi Apollo tenta
      Del Re la morte. Il desiato allora
      Ostil seggio occupò (nè Febo il vieta)
      La pria Ministra, ed or Regina e Sposa.
      E già con pari forze entrambi i Duci
      Rinovan la battaglia, e le seconde
      Mogli spingon fra l'armi; e benchè sia
      Lo stato de la guerra, e la fortuna
      Dubiosa ancor, di Maja il figlio, quasi
      Con sicuro trionfo or tutti avesse
      Di quell'incerto agon vinti i perigli,
      Sparso di finta gioja il baldanzoso
      Volto si vanta, et al nemico insulta,
      (Nova frode di guerra) e di sue gesta
      Superbo e gonfio, de le bianche genti
      L'armi schernisce, e di viltà le accusa.
      Ma de l'arte s'accorge il biondo Apollo,
      E in questi detti poi risponde. Ancora
      Dubia pende la sorte, et al conflitto
      Non anco la vittoria il fine impose;
      E tu cotanto insuperbisci o folle?
      Allor m'insulta, allor per tutto il Circo
      I vanti audaci e i temerari accenti
      Spargi, quando Fortuna in man la palma
      Porga al tuo Marte, e la Vittoria arrida.
      Ma tronchinsi gl'indugj: or torto vane
      Le tue parole io renderò co' fatti.
      Sì parla, e sprona a la nera Oste incontro
      De l'Amazone sua la forza e l'armi.
      Nuova allor guerra, e più tremenda e cruda
      Insorge, e in ambo i campi ira e furore
      I fieri cori accende, ove il desio
      Di Vittoria è maggior, che de la vita.
      Audaci a l'arme tutti offrono il petto;
      In ogni parte il Lutto, in ogni parte
      Spazia il Terror, e de la Morte il nero
      Orrendo aspetto. Niun s'arretra, niuno
      Gl'incontri sfugge, e volta faccia a faccia
      Con un Guerrier l'altro Guerrier s'affronta.
      Ogn'un si sforza allontanar dal suo
      Campo ogni danno, ogni ruina, e a dietro
      I nemici scacciando, entro i lor seggi
      Riporre il piè procura, alternamente
      L'aste movendo, e variando i moti.
      Sovente la fortuna i lor desiri
      E le speranze inganna, e impazienti
      Di sì lunga dimora i cori afflige.
      Incrudelìa danni spargendo e morti
      Del fosco Re la moglie: e la Rivale
      Non lo vietò, ma per secreta strada
      Volgea verso i Reali ostili alberghi
      Veloce il corso, ed abbattuti o spenti
      De la Reggia i custodi, e penetrando
      Ne l'alte porte, assediato or tiene
      Il Re nemico, e morte a lui minaccia.
      Ma la negra Eroina allor che vide
      Il suo novello amore in tal periglio,
      E ne' suoi penetrali entrata a forza
      La candida Nemica, indietro il piede
      Rivolge, e d'ostil sangue aspersa e sozza
      I colpi ferma, e la imperfetta strage,
      Ed anelante e mesta il corso affretta;
      Nè teme a le crudeli armi nemiche
      Esporre il seno, e tutto offrire il sangue,
      Per salvar da l'eccidio, e da la morte
      La sua Patria diletta, e il caro Sposo.
      Quand'ecco in tai vicende a Febo arriva
      Un funesto, impensato, orribil caso;
      Poi chè Cillenio or quà or là traendo
      Il fosco Cavalier, ovunque vuole
      Minaccia, e insulta, e vincitor trascorre.
      Freme il destrier feroce, e a la nemica
      Bianca Reina e al Re drizzando il corso
      Nitrisce e sbuffa, e i lievi salti alterna;
      Nè sue furie arrestò, fin che non giunse
      Ad occupar la desiata sede,
      Ove niun vietar può, che il suo Campione
      O di quella o di questo il sangue sparga.
      Si turbò, ne gemèo, d'amara doglia
      Punto nel cor, quando ciò vide, Apollo,
      E da gli umidi lumi in larga vena
      Un rio versò; già sue speranze a terra,
      Già mancar le sue forze, e chiaramente
      Scorge a se de gli Dei la mente avversa.
      Del fortunato evento, e de l'amica
      Sorte Mercurio e del favor de' Numi
      Lieto e fastofo alza le voci al Cielo:
      E finalmente al vinto il vigor primo,
      E il sopito valore in sen si desta.
      A la rinchiusa Amazone infelice
      Tosto diè morte, e ne rapì le spoglie;
      E per sì grande acquisto or solo perde
      L'audace Cavalier, che da la spada
      Del Re vendicator cade trafitto.
      Privo però d'ogni speranza ancora
      Febo non è, che di pugnar non lascia;
      E due soli Pedoni, e il Giovin d'arco
      E di faretra armato, amor di Marte,
      (De l'esercito suo miseri avanzi)
      A la pugna inegual sospinge indarno.
      Essi a combatter vanno, & animosi
      Vie più gli rende il disperar salute.
      Al Duce afflitto stan vicini, e tutti
      Usan ogn'arte, ogni lor possa, ond'egli
      Abbia in tanto periglio aita e scampo.
      Ma in sì misero tempo altro ci vuole
      Che questi difensor, che tal soccorso.
      Cillenio ovunque vuol per tutto il piano
      I suoi Guerrieri adduce; e la sua nera
      Vergine con gran forza a i vinti è sopra,
      E 'l brando arruota, et a l'eccidio intenta
      Del bianco Regnator s'aggira intorno
      A' suoi ripari, e lo spaventa e preme.
      Nè già cessò, fin che del bianco stuolo
      Le reliquie infelici, e de la guerra
      Gli ajuti estremi un dopo l'altro estinti
      Ne l'ingiusto cimento al suol distese.
      Perduti i suoi compagni il Re nel mezzo
      Del campo si rimane inerme e solo;
      Come ne l'alto Ciel, quando gli ardenti
      Astri scacciò con le rosate bighe
      Da le maremme Eoe poc'anzi uscita
      La rugiadosa Aurora, il tuo bel raggio
      Splende, o Ciprigna ancor; poi de l'Olimpo
      Da i cerulei sentieri ultimo parte.
      Nessuna a lui più di salute e vita
      Speme riman; però non cede ancora,
      Nè per vinto s'arrende, e spera in mezzo
      Al nemico drappel ricovro e scampo,
      Passando illeso in fra le spade e l'aste,
      Fin che spazio non resti, o sede alcuna,
      Ove senza periglio il piè riponga.
      Poi che se niuno a lui minacci morte,
      Nè più sedile alcun rimanga, dove
      Impunemente ei riparar si possa,
      Vane sarian tant'opre, e vani tutti
      I passati perigli, e tutte sparse
      Tante fatiche e tante forze al vento;
      E niun di Vincitore il nome illustre
      Riporterebbe, e i trionfali onori.
      Di quà dunque e di là per lo deserto
      Campo e le vuote sedi ei con incerti
      Giri sen va: ma lo persiegue il fosco
      Avverso Re, che a lui di fuga aperto
      Il varco lascia, e ogn'or sicuro un seggio.
      Quando poscia lo vide a la suprema
      Fila volger i passi, egli a la sorte
      Sua Donna impon, che le seconde sedi
      Chiuda, onde l'altro più svolger non possa
      Da quegli ordini angusti il tardo piede.
      E già da spaziarsi omai la sola
      Rimane ultima fila a l'infelice.
      Il fosco Emulo allor più da vicino
      A lui s'avventa; ed un sol luogo, un solo
      Sedile un Re da l'altro ora disgiunge.
      Tosto però che suo mal grado, e senza
      Speranza più, del Re nemico a fronte
      Il bianco stette, il punto colse e il tempo
      La nera Donna, ed occupò veloce
      Quell'estremo sedile, onde per tutta
      La fila a lui minaccia e strazio e morte.
      Il misero non trova a sua salute
      Rifugio più, nè luogo alcun più resta.
      Quando sopra gli fu col fulminante
      Lucido acciar la Vergine crudele,
      E insieme il fine con un colpo solo
      Del Re a la vita e a la battaglia impose.
      Con liete voci e con sonori gridi
      Per plauso e festa i Numi al Vincitore
      Figliuol di Maja, che per tutto il Circo
      Protervo e gonfio insolentisce, e il vinto
      Deride e spregia, e al suo dolore insulta.
      A se poi lo chiamò l'onnipotente
      Padre, che in dono la felice verga
      Gli diè, con cui da l'ima egli richiami
      Pallida Stige le pure Ombre, poi
      Che le mal'opre abbia purgate il foco;
      E con cui parimenti al tenebroso
      Erebo i rei condanni, et a l'oscura
      Prigion di Dite; e de' Mortali a gli occhi,
      Qual più gli piace, il sonno furi e doni;
      E di Leteo liquor ne l'ore estreme
      Di vita gli egri lumi asperga e chiuda.
      Nè guari andò, che volle il Dio medesmo
      Aprire a noi Mortali il grato Gioco;
      E piacque a lui, che poi de la scherzante
      Piacevol pugna i riti e gli usi fosse
      La prima a celebrar l'Itala gente.
      Poi che, se Fama non mentisce, un tempo
      Egli preso d'amor per la vezzosa
      Scacchide, a cui non ebbe infra lo stuolo
      L'Adige di sue Ninfe altra simìle,
      In riva al fiume occultamente appresso
      Le venne, e dopo con inganno e forza
      La misera oltraggiò, mentr'ella i bianchi
      Cigni pascea lungo la sponda erbosa.
      Poscia di due colori i tinti bossi
      Le porse, e quasi per mercede a lei
      De la passata offesa una distinta
      Con ordin vario e colorata ei fuore
      Tavola trasse, che d'argento e d'oro
      Tutta splendeva, e in dono a lei la offerse,
      E l'uso appieno le insegnò. Da quella
      Età, de la famosa antica Ninfa
      Conserva il Gioco ancor l'onore e 'l nome;
      E lui l'inclita Roma e lui d'estremi
      Diversi lidi abitator remoti
       Van celebrando ancora, ond'ei per vaghe
      Lucenti adorne stanze in man d'illustri
      Leggiadre Donne e Cavalier s'aggira.
      Nè si sdegnaro le cerulee un tempo
      De la Najade bella umide Suore
      Svelar tal cose a me fanciullo ancora,
      Mentr'io cantava al patrio fiume in riva.

      IL FINE.

          

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