La scaccheide di Girolamo Vida Tradotta in versi volgari In Verona, MDCCLIII. Per Agostino Carattoni Stampador del Seminar. Vescov. CON LICENZA DE' SUPERIORI
A SUA ECCELLENZA
BERTUCCI
DELFINO
Per la Serenissima Republica di Venezia
PROVEDITOR ESTRAORDINARIO DI VERONA
CARLO PINDEMONTI:
NON mancherà sicuramente chi m'accusi di troppo ardito
o di poco avveduto, come quegli, che importunamente con
la offerta di questa Operetta interrompa a V.E.
l'attenzione a que' tanti e sì gravi affari, da' quali
e per sostenere ad un tempo due sublimi Cariche, e per
lo proprio infaticabile zelo è continuamente circondata.
Conosco veramente, che irragionevole non sarà l'accusa,
ma vagliami per mia difesa, che a me pareva necessario
l'abbracciare questa occasione di mostrar al publico
i sentimenti della mia riverenza, e dirò ancora della
gratitudine per tanti titoli da me dovutale.
In quale altra maniera io giovine e non atto per l'età
e per l'inesperienza a' publici impieghi poteva, se non
dedicandole i primi acerbi parti del mio ingegno,
corrispondere a tanti atti d'incomparabile gentilezza
e benignità, ch'Ella fin da' primi momenti del suo arrivo
per la mia Patria felicissimo ha dimostrati, e tuttavia
seguita a dimostrare verso tutta la mia Casa, e
particolarmente verso uno de' miei Fratelli, il quale ora
impegnato nel più faticoso impiego, che dispensi questa
Città, si pregia e compiace tanto esercitarlo sotto il
suo glorioso Reggimento, da cui va egli predicando di
ricevere ogn'ora e grazie sì copiose e sì giovevole
protezione?
Ma che dico la mia Casa e mio Fratello? La Città tutta,
e tutti gli ordini da i più cospicui a i più infimi
non finiscon mai di celebrare da per tutto con giustissime
lodi in V.E. zelo indefesso, generosità, carità, e di
benedire il Principe Serenissimo, che a noi mandato abbia
un Soggetto, il quale in sì mirabili modi sà accoppiare
i doveri tutti delle sue Cariche co i modi tutti di giovare
a questa Città e Territorio, che in Lei riconoscono e
provano un giustissimo Rappresentante, e un Padre amorosissimo.
Sono sì chiare tali verità, che non mi si può opporre pur
un'ombra d'adulazione ad ingenua persona troppo sconvenevole,
ma bensì ch'io sia tanto scarso e ristretto, dove mi si apre
materia così abondante di ragionare; il che deve attribuirsi
e alla sua modestia più desiderosa di meritare le lodi, che
d'affollarle, e a i brevi termini, ne' quali una Lettera
dedicatoria deve essere circoscritta. Per la medesima cagione
tralascio di favellare della chiarissima sua Famiglia,
nella quale, oltre l'essere uno de' principali ornamenti
dell'inclita nostra Dominante, si può dire che sien come
ereditarie le più eccelse Dignità Civili, Ecclesiastiche,
e Militari. Declinando perciò da sì ampio campo, la prego
a ricevere in buon grado questa fatica, bensì nobile e grande
per lo merito del suo primo Autore, ma per me, attesa
la scarsezza del talento mio, picciola e bassa;
e a risguardare nella tenuità del dono l'ampiezza del
desiderio in chi ora ad offerirglielo s'appresenta.
Non voglio stancare più lungamente la tolleranza di V.E.,
e nel porgerle questo pegno della divozione e servitù mia,
prego il Cielo, che ancora per ben nostro conservandola
lunghissimo tempo, la ricolmi d'ogni felicità.
QUAL'OR SUPERBO VINCITOR SEN RIEDE
DI REGIE SPOGLIE CARCO EROE GUERRIERO,
SECO TRAENDO INCATENATO IL PIEDE,
DE I GIÀ VINTI CAMPION STUOL PRIGIONIERO;
L'ELETTA GIOVENTUDE ALLOR SI VEDE
STANCARSI IN LOTTE E IN CORSI, E DI SINCERO
APPLAUSO E VERA GIOJA A LUI FAR FEDE
ONOR PRESTANDO AL BEL TRIONFO ALTERO.
TALE OR CHE IL TUO GRAN SENNO E 'L ZELO ADDUCE
NOSTR'ALME IN DOLCE SERVITUDE, E 'L GRANDE
TUO NOME ECCELSO IN QUESTO SUOL RILUCE,
MENTRE TUE GLORIE OGN'UN MORMORA E SPANDE,
IN GIOCO ILLUSTRE IO T'OFFRO, O SAGGIO DUCE,
VAGHE AL TUO CRIN DI NOVO ONOR GHIRLANDE
Di guerra imago a cantar prendo, e pugne
A le vere simìli, e Armati ed arme
Finte di bosso, e gli scherzevol Regni;
Come fra lor per bel desio d'onore
Combattano due Regi un bianco e un negro
Con armi tinte di que' due colori.
Dite, d'Adige o Ninfe, i gran conflitti
A i Vati et a le Muse ignoti ancora.
Non v'ha camin: ma pure andar mi giova
Ove l'ardor mi spinge, e via non trita
Io m'affretto a calcar Giovane audace.
Voi m'aprite il sentier, mentr'io deserti
Sassi trascorro, o Dive, e per secrete
Inaccessibil rupi il piede aggiro.
Voi pria tal Gioco rammentar dovete,
Voi ne l'Italo suol prime insegnaste
Cotesti studj, de l'egregia Suora
Scacchide Ninfa monumento illustre.
De gli Etiòpi a le magioni, e a i campi
Del Titonio Mennòne ito se n'era
Giove, de l'Ocean le mense amiche
Non isdegnando, che con sacro nodo
Allor s'univa a la gran Madre antica.
Tutto era seco de' Celesti il Coro;
E risuonavan di festosi gridi
Tutti del vasto mare i lidi intorno.
Poi che spenta la fame, e che rimosse
Furon le mense, l'Ocean, de' Numi
Con lieve Gioco a rallegrar le menti,
Il dipinto Scacchier fa che si rechi.
Sessanta e quattro sedi a otto a otto
Son d'ogni parte in ordine disposte,
Tal ch'un quadrato formano perfetto.
I seggi tutti hanno la forma istessa,
Egual lo spazio, ma il color diverso:
Alternan sempre variando, e al bianco
Succede il negro, in quella guisa appunto
Che la pinta testuggine si vede
Il suo concavo dorso aver macchiato.
Allor a i Numi, che stupìan tacendo,
Disse ei così: De lo scherzevol Marte
Ecco la sede, e di battaglia il campo.
In questa arena a voi mirar sia dato
Star due contrarie schiere, e oppor le insegne,
E l'una incontro l'altra i passi e l'armi
Movendo, imago suscitar di guerra;
Spettacol, che tal'ora entro gli algosi
Umidi alberghi le cerulee figlie
De la gran Dori, e tutte l'altre genti
Del secondo ampio regno abitatrici
Godon vedere, allor che sono in calma
I falsi piani, e giace il mar senz'onda.
Ed ecco quelli, che le finte pugne
Trattar dovranno, disse, e aperta un'urna
Su lo Scacchiero poi versando, fuore
Da mano industre effigiato bosso
Ne trasse, e corpi assomigliati a i nostri,
Finte schiere tornite e bianche e negre,
Duplicate ordinanze, di vigore
E di numero eguai, sedici in bianco
Ed altretanti avvolti in negro ammanto.
Qual di ciascun diversa è la sembianza,
Così tutti han diverso il nome ancora,
Diverso incarco, e non egual potere.
Ivi d'aureo diadema il capo adorni
Veggonsi Re superbi, e le seguaci
Inclite Spose a guerreggiar disposte.
V'è chi su bel destrier, chi pugna a piede,
Chi con saette: nè già mancan belve,
Che d'armi e Armati pregna eccelsa torre
Portano a la battaglia; in ambo i lati
Gl'Indi Elefanti rimirar tu credi.
S'avvian al campo omai le instrutte schiere,
Già son le Armate una de l'altra a fronte,
E ne' suoi luoghi ogni Guerrier si pone.
Primieramente de l'estrema fila
Stanno gli armati Re nel quarto seggio
In ambedue le parti opposti entrambo;
Vuote però sei file ad essi in mezzo
Sono interposte: e quà su negra sede
Si posa il bianco, e là su bianca il negro.
Succedon le guerriere invitte Mogli,
Ciascuna del suo Rege al fianco affissa,
Una con varia legge al destro, e l'altra
Ne' destinati seggi al manco lato
Stassi; sul bruno seggio evvi la nera,
Sul candido la bianca: ama ciascuna
Nel primo posto il suo natìo colore.
Sieguono poi due giovanetti Arcieri
Negri, e due bianchi; a questi il nome un tempo
D'Areifili diè la prisca Atene,
Poi che fra quanti egli conduca in guerra
Sono i più cari a Marte; ad essi in mezzo
Il Re si chiude e la Real Consorte.
Poi di tremole creste adorni e vaghi
Frenan due Cavalier in ambo i campi
Pronti a correr fra l'arme i lor destrieri
Di quà poscia e di là su l'ali estreme
Vedi sorger due Rocche, alte murali
Macchine, cui gl'Indi Elefanti in guerra
Portan su i dorsi immani. Otto pedoni
Al fine in una schiera, ed altretanti
Sieguon ne l'altra, e la seconda fila
Quinci ad essi le sedi, e quindi appresta.
Parte del Re sono scudieri, e parte
De l'armigera Sposa ancelle fide;
E de la guerra a lor conviene i primi
Tentar perigli, e cominciar gli assalti.
Appunto tal la legion di bosso,
Distinte le falangi in ordin doppio,
Si dispose quà e là ne' campi suoi,
E tali di color diverse ed armi
Fiammeggiar si miraro ambedue l'ale,
Qual se dal gelo alpino i bianchi corpi
Mova Gallico stuol con bianche insegne
Contro le Orientali ultime schiere,
E del nero Mennòne a lui simìli
Le accolte genti, e gli Etiopi ignudi,
Che di Fetonte ancor portano impresso
Ne' volti adusti il temerario ardire.
Indi il Padre Oceàno a dir riprese.
Omai vedete quai le squadre, e quali
Sien le lor tende, o Abitator del Cielo;
Or apprendete del pugnar le leggi,
Poichè sue leggi ha questa pugna, e contro
I lor divieti unqua a i Guerrier non lice,
Non che l'armi adoprar, mover un passo.
In prima alterni i Re mandino in guerra
Colui, che scelto avran fra tutti i suoi.
Se prima un negro Armato in campo venne,
Un bianco tosto gli s'oppon, nè lice
Già mai scagliarsi in fra i nemici a stuolo.
Han tutti una sol cura, una sol mente,
Chiuder i Regi in fra le turbe ostili,
Onde fuggir da nessun lato impuni
Non possan, nè sottrarsi al fato estremo;
Poi che sol questo è di tal guerra il fine.
Fra tanto a li nemici opposti corpi
Non si perdona, ma col ferro un l'altro
Si struggono a vicenda, onde più presto
L'abbandonato Rè morto rimanga.
Ogn'or scemando va per nuove morti
L'un campo e l'altro: la dipinta piazza
Sempre vie più si scopre, et a vicenda
Ed atterrano, e cadono; ma tosto
Dee sottentrar il vincitor del vinto
Nel luogo, e sostener de l'ala ultrice
I primi sforzi: e se schivarne i colpi
A lui riesca, e fuggir morte, allora
Puossi in salvo ritrar col piè fugace.
Ma di guerra la legge a i soli Fanti
Dopo il primo camin (facili prede)
Tornar divieta, et in sicuro addursi.
Or non tutti i Guerrieri il modo istesso
Han di mover il passo, o vibrar l'armi.
Deggiono allor, che a pugnar vanno, i Fanti
Solo una sede trasportarsi innanzi
Dirittamente a l'inimico opposti.
Pur loro è dato nel primiero assalto
Proceder oltre, e raddoppiare il passo.
Ma vicini a ferir torcono il colpo,
E per obliquo ad impiagare intenti
Percuotono di furto i cavi fianchi.
Gli Elefanti però, che in ambo i lati
Chiudon le file, allor che sul gran dorso
Le torri sostenendo, e per le schiere
Terror portando e strage, entrano in zuffa,
Dirittamente ogn'or ponno di fronte,
A destra, et a sinistra, avanti, e indietro
Trascorrer tutto impunemente il campo,
E in ogni parte il piano empier di morte;
Pur che furtivi feritori obliqui
Essi non sien: che questo lice ai soli
Arcier fra gli altri i più diletti a Marte.
Movonsi questi obliquamente, e calca
Uno i bianchi sedili, e l'altro i negri,
E con obliqui dardi ambo fan guerra;
Nè lice variar, quantunque ad essi
Quinci e quindi vagar per ogni sede
Sia dato, e tutto misurar il campo.
Insulta il fier Cavallo, e al fren ripugna.
Non mai trascorre in fra le folte squadre
Per dritta via, ma sempre in curvo salto
Impetuoso inalza i piè ferrati,
E doppia sede attraversando ei varca.
Se fermo prima sovra un negro seggio
Egli aspettava, indi salir veloce
Dee sovra un bianco, e del sedile ogn'ora
Variando il color, già mai non puote
Stender più lunge, o far più breve il salto.
Ma l'invitta Reina, anima e forza
De l'esercito tutto, a fronte, a tergo,
A manca, a destra, e per obliquo calle
(Ma con retto cammin) sempre si move.
Solo non può, qual del Cavallo è stile,
I nemici assalir con curvo salto.
Al corso suo non già confine o meta
Mai si prescrive: ove l'ardor la spinge
Ella avventar si può, pur che de l'Oste
Nemica o sua nessun le chiuda il passo;
Poi che niun sorpassar mai può le schiere
Di salto: è questo al sol Caval concesso.
Più cauti movon l'arme entrambo i Regi,
Ove del popol tutto, e de la guerra
Ogni speranza, ogni fiducia è posta.
Salvo il Re, pugnan gli altri arditi e franchi;
Morto lui, cede ogn'uno, e il campo lascia:
Che tutti ei preso in sua ruina involve
Dunque non mai trascorre; a lui devoti
Mostransi tutti, e tutti in folta schiera
Chiudonlo in mezzo a sua difesa accinti.
Spesso per lui sottrar da l'armi, il petto
Ogn'uno a i colpi espone, ogn'un desìa,
Pur che viva il suo Re, perder la vita.
Non è sua cura, o d'eccitare a l'armi,
O di ferir; ma basta sol, che attento
A i perigli si tolga, e morte schivi.
Non fia però, che impunemente alcuno
D'appresso gli s'opponga; in ogni parte
Ei ferir puote, ma non osa mai
Di correr lungi, e poi che fuori uscìo
De la sua Reggia, e che co' primi auspicj
La sua sede cangiò, solo a lui lice
Con lento piede al più vicin sedile
Passar, o se ferisca, o se da' colpi
La destra arresti, e non insulti errando.
Di guerra tal fin da le antiche etadi
Questi i costumi fur, queste le leggi.
Ora mirate ambe pugnar le schiere.
Egli sì disse, ma perchè qual'ora
Si stanca l'uman germe in aspre guerre,
Gli stessi Numi ancor, quai l'una parte
E quali l'altra a favorir rivolti,
Pugnan fra lor con odj alterni, e fiere
Ardon per tutto il Ciel battaglie e risse,
L'onnipotente Re Giove da l'alto
Soglio parlando a tutti i Numi impera,
Che da l'armi mortali ogn'un s'astenga;
E perchè niun per questo o quel s'adopri,
Con tremende minacce ei gli spaventa.
Indi il lunghi-crinito Apollo, e seco
Chiama d'Atlante il bel nipote, cui
La bianca Maja partorì di furto,
Ambo leggiadri, e nel fiorir de gli anni.
Non i talari a le veloci piante
Avea Mercurio ancor: nè gli anelanti
Destrier guidava per le curve vie
De l'Olimpo sereno il biondo Apollo
Di Titan su la terra i rai spargendo,
Insigne solo per le chiome d'oro,
E la gemmata, che sul molle fianco
Da i bianchi omeri scende, aurea faretra.
Vuole il gran Genitor, che questi soli
Pugnin fra loro con opposte gare
Ne la giocosa guerra, e l'uno e l'altro
Qual più parte gli aggrada a guidar prenda;
E degni premj al vincitor prepara.
I primi Dei s'assisero; de gli altri
Minori in piede la confusa turba
Si sparge intorno; ma si guardan tutti
Da l'additare a i Giocator col cenno
O con la voce i preveduti colpi,
Come prescrive il fatto accordo, e come
Del sommo Padre il gran comando impose.
Si cerca al fin cui pria mover sua schiera,
E i rischi provocar del novo Marte
Tocchi, e spinger qual vuol de' suoi Guerrieri
Contro il nemico; de la bianca Armata,
(Poi chè questo credean non lieve acquisto)
In ciò la sorte al Condottiero arrise.
Tacito allora e in se raccolto ei pensa
Qual di sue schiere or più condur gli giovi
Al pinto campo in mezzo; et a quel Fante,
Che da l'oste il suo Re copre e difende,
Moversi impone, et oltre andar due passi;
Cui tosto il Condottier del popol nero
Oppone e guida anch'esso in dritta riga
Un suo nero Pedone, e gli comanda
Che del nemico, il qual s'appressa, a fronte
Con l'armi sue si fermi, e 'l mosso assalto
Con pari ardir sostenga, ed arme pari.
Stan dunque un contro l'altro in mezzo al campo
Fermi, e tentan in vano alterni colpi,
Poi chè pugnando in dritta riga i Fanti
Non hanno di ferirsi arbitrio e legge.
Sottentrano in ajuto e quinci e quindi
A deftra et a sinistra i lor compagni,
E tutti d'arme e Armati empiono i luoghi
Alternando le veci; ancor la pugna
Non si confonde orribilmente e mesce;
Marte placido scherza in mezzo a l'armi,
E tentan lievi zuffe in se ristretti.
Quando il nero Pedon, che al bianco incontro
Andò primier, ver la sinistra parte
Spinse di furto il ferro obliquo, e ratto
L'emulo Fante uccise, e nel suo luogo
Con generoso ardir il piè ripose.
Ah meschin sovrastar ei non si vide[1]
Insidioso il suo nemico al fianco.
Poi cade anch'esso il vincitor superbo,
E con la morte abbandonò la pugna.
Allora il Regnator del popol nero
Dal suo seggio Real, che in mezzo è posto,
Cauto si tolse, e ne le fauci ertreme
Passò del campo a i più riposti alberghi;
E da folto drappel de' Fanti suoi
Ivi munito e cinto egli s'ascose.
Tosto da l'una uscendo e l'altra parte
Scompigliano le schiere i due sinistri
Pugnaci Cavalieri, ed alternando
I salti e i colpi empion di morte il campo.
Cadono a terra in ogni parte i Fanti,
Misera gioventude, a cui non lice
Ritrarsi a dietro, e de' nemici astretta
Sempre incontrar, nè mai schivare i colpi.
Al calpestìo de le ferrate zampe
Odi suonar la marziale arena
Tutta di sangue e stragi infetta e grave:
Mentre però sol de' Pedoni intento
A la ruina et a le morti Apollo
Anela, e predator del popol nero
Contro i nemici il Cavalier sospinge;
Più generoso ardor s'accende in petto
A l'Arcade Garzon, che con occulti
Agguati e frodi altra più grande impresa
Ordisce e tenta: e il Cavalier sinistro
Mentre adduce a pugnar, de' bianchi Fanti
Lo stuol per ciò sorpassa, ed oltre scorre.
Di qua di là l'agil destrier s'aggira,
E impunemente de le bianche squadre
Sfrenato in mezzo vola, al Re nemico
Insidie machinando. Al fin fermossi,
Et occupando il sospirato luogo
Quindi al Re bianco, e quinci a l'Elefante
Parimente minaccia eccidio e morte,
A l'Elefante, che nel destro corno
Con la sua vasta mole, e con sua torre
Il capo ergendo al Ciel fermo si stava.
Febo, poi ch'arrivò l'annunzio infausto
Di dar soccorso al chiuso Re, ne pianse,
Scorgendo che così di morte in preda
La Rocca ei dee lasciar senza difesa;
Ne potendo al fatal periglio estremo
Ambi sottrar, che rio destino il vieta.
Ma la cura maggior è porre in salvo
L'afflitto Re, che al destro lato ei guida.
La fiammeggiante spada allora impugna
Il bruno Cavalier, e la gran belva
Con glorioso ardir abbatte e svena;
Immenso danno in ver, nè dopo l'armi
De la Vergin feroce è chi l'eguagli
Ne l'esercito tutto. Apollo allora
Quindi non uscirai senza il dovuto
Castigo, ei disse, e con le folte schiere
E co' Pedoni lo circonda e preme,
Quegli tremante, e di morir già certo
S'agita e freme, e fuggir tenta in vano;
Poi chè quindi l'Amazone il minaccia,
E la stretta falange indi s'oppone.
Per la man bella al fin (dolce conforto
Al suo morir) de la Reina ei cade.
Si crucia il bianco stuolo in un de' lati
Ahi debil reso, e di dolore e d'ira
Vie più s'inaspra. Qual feroce Tauro,
Se allor che contro al suo nemico il petto
Spinse, perdè pugnando il destro corno,
Vie più s'irrita a la battaglia, i fianchi
Di sangue asperso, e l'animoso collo,
E tutto fa di gemiti e muggiti
Risuonar la campagna e 'l vicin bosco:
Tal de la bianca Armata era l'aspetto
Dopo il destin de l'Elefante ucciso.
Quinci d'ire maggiori Apollo avvampa,
E sol di stragi e di ferir bramoso
Le ultrici schiere a l'arme incita, e al sangue,
E incauto e senza legge i suoi disperde;
E pur che vegga al suol feriti o morti
I nemici cader, senza difesa
A certa morte i suoi Guerrieri espone.
Più accorto l'altro, e a i furti atto e sagace
Indugia, e le vicende e i moti osserva;
E se d'utile colpo a lui s'offrisse
Un favorevol punto, intento aspetta.
Dopo un lungo pensar per trarre a morte
La superba Reina, ei da vicino
A i colpi del nemico un nero Fante
Offre, e poi tosto a ricoprir l'inganno
Di pentirsi fa mostra, e sospirando
Qual di commesso errore ei si querela.
Drizza l'Arciero nel momento istesso
De la bianca Reina i dardi al fianco
Dal destro corno; il condottier nemico
Nulla di ciò s'accorse, et a sinistra
Incontro al fosco stuol guidava un Fante.
Ma di tanta ruina e sì funesta
Strage mossa a pietà l'Idalia Dea
A l'incauto Garzon feo co' begli occhi
(Poi ch'era a sorte incontr'a Febo assisa)
E con gentil sorriso occulti cenni.
Tosto si scosse impaurito Apollo,
E si riflette, e con attento sguardo
Le genti tutte trascorrendo e i luoghi
De l'insidia s'accorse, e 'l bianco Fante,
Che spinto incontro avea, con pronta mano
Ritrasse indietro, et al fatal periglio
L'Amazone rapì. Ma il figlio allora
De l'Atlantide Maja empie di gridi
Il Circo tutto, e prigioniera o morta
La mal difesa Donna egli pretende.
La turba degli Dei s'agita e freme
Di pareri discorde: e 'l biondo Apollo
In guisa tal si difendea da l'alto
Lido parlando: E perchè mai non puote
Chi di giocosa guerra a i premi aspira
Gl'incauti falli de l'errante destra
Corregger poi, ciò non vietando i patti.
Che se da indi innanzi in mente hai fiso
Ciò più non tolerar, legge si faccia,
Che lo vieti, o Cillenio, e che qualunque,
O nero siasi o bianco, incontro a l'Oste
Movan le dita, irrevocabilmente
Egli gir deggia, e del dubioso Marte
Tutti fermo incontrar perigli e casi.
Sì disse, e a lui tutti assentiro i Numi.
Di nascosto a la figlia acerbe occhiate
Volse, quasi sgridando, il divin Padre:
Nè l'Arcade Garzon di ciò s'avvide.
Bensì d'ira e di duol trafitto il core
Ne pianse amaramente, e puote a pena
Le mani trattener dal por sossopra
L'un campo e l'altro, e roversciar le squadre.
Indi pugnar con ogn'inganno ed arte
Egli fra se risolve, e insidiosi
Mescer per tutto il piano agguati e frodi.
E già movendo a la battaglia un nero
Giovin saettator vuole che il salto,
Vietato a lui, del Cavaliero imìti.
Occupa quegli il non suo seggio, e morte
A la bianca Eroina indi minaccia.
De l'inganno s'accorge, e ne sorride
Febo, e a gli astanti volto, A' furti pronta
Benchè, dicea, sia di costui la destra
E benchè sempre a scaltre insidie occulte,
O Mercurio, vegliar sia tuo costume,
Già non avrai d'avermi colto il vanto.
L'ingannatrice man però ti piaccia
Corregger tosto. Di ciò riser tutti
Gli Spettatori in vasto cerchio accolti;
E lo scaltrito Giovine fingendo
Involontario error, l'Arcier ritrasse,
E in altra sede a lui concessa il pose.
Più cauto veglia Apollo, ogn'or novelle
Insidie paventando, e non in vano,
Poi che spingendo l'altro i bossi alterni
Nel campo ostil, contro le leggi e i patti
Con le veloci dita a la battaglia
Moveria due Campioni in un sol punto,
Se attento e fiso ad impedir la frode
Non vigilasse il provido nemico.
E già l'arco tendendo il bianco Arciero
Al nero Cavalier s'oppone, e lungi
Lui tien, che l'arme in petto a la nemica
Real Consorte insanguinare aspira.
Movesi allora e si raggira il destro
Vasto Elefante, e ne le candid'arme
Superbo esulta. De l'immane Belva
Non teme già, ma fermo in mezzo al piano
Stà bianco Cavalier, sol desioso
Di versar regio sangue, e ne le vene
De la Sposa o del Re macchiar sua spada;
E già ver l'uno e l'altra indrizza i colpi.
Impunemente osar cotanto ei crede;
E si pensava (o folle) ir di nemiche
Regali spoglie alteramente adorno.
Sì temerario ardir già non sofferse
Il fosco Arcier, che sul teso arco adatta
Lo stral pennuto, e benchè a lui sicura
D'un Fante da la man morte sovrasti,
Al nemico s'avventa, in se disposto
Per trarre a fin sì gloriosa impresa
A un bel desio d'onore offrir sua vita.
La stridente saetta al ventre in mezzo
S'affigge, e penetrando in sino a l'ime
Viscere arriva il sanguinoso acciaro.
Quegli al suolo trabocca, e si dibatte
E vibra calci a l'aura; al fine uscìo
L'Alma sdegnosa, e si mischiò fra venti.
Indi cadde l'Arcier per man d'un Fante;
E tosto un altro de la plebe ostile
Atterrò l'uccisor. Più fiera ed aspra
Sorge la pugna. Avventansi feroci
Le torrigere Belve; di saette
Da tesi nervi uscito un nembo stride:
E de l'ugne ferrate a i colpi a i salti
Tinto di due colori il campo geme.
Al nemico il nemico è presso, e tutti
Ugual furore i crudi cori infiamma.
Tutte le genti insieme e bianche e negre,
Ambe le squadre, e Capitani e Fanti
Per la sanguigna arena in un confonde
La fiera alterna zuffa, ove non meno
De la virtude anco Fortuna ha parte.
Or questi si vedean già vincitori
Per tutto il piano ributtar le avverse
Cedenti schiere, ed or tornarsi a dietro
Rivolti i freni, e a l'impeto nemico
Ceder il luogo, e con vicende alterne
Tutto ondeggiar de la battaglia il campo.
Così l'onde marine, allor che guerra
De l'Eolia prigion sciolti da i lacci
Si fanno gli Euri, e volgono sossopra
L'ondisonante Ionio, o il mar d'Atlante,
Spingono al curvo lido alterni i flutti.
Incrudelisce intanto, e danni e stragi
Sparge la bianca Amazone, e feroce
Mille sola affrontar non ha timore.
Mentre s'avanza, e mentre torna, pria
Il nero Arcier, poi l'Elefante atterra;
E per l'ale or a destra or a sinistra
Qual fulmine trascorre, e l'aste vibra.
Dan luogo a la Guerriera et arme e genti,
Che sbigottite arretransi; per mezzo
A le spade e a' nemici ella si scaglia
Ove bella è la morte, e fin l'estreme
Ardisce penetrar nemiche file,
Fidando assai ne le veloci piante.
Gli ordini rompe, e con la spada e gli urti
S'apre il sentiero fra perigli, e mostra
Entro feminee membra Alma virile.
Al fine il popol nero et il suo Duce,
Tali prove in mirar, de la sua sorte
Regina anch'ei le posse, e l'arme implora.
Or indugio non v'ha: la gran Guerriera
Veloce accorre, e con ardir'eguale
Oppone forza a forza, ed armi ad armi.
Deh chi prima, e chi poi, Vergin pugnace,
Di tua grand'asta i colpi sente, e quanti
Bianchi corpi tu lasci al suol distesi?
I Fanti e i Cavalier candidi e negri
L'ardir deposto, et il diletto a Marte
Garzon Saettator per la campagna
Pallidi e semivivi errando vanno.
Or chi potrà le morti, or chi la strage
Di quella pugna, e gli abbattuti Duci
Col canto pareggiar? la terra tutta
D'orrore e lutto e roversciati bossi
Si vede ingombra e sparsa, e miserando
Eccidio sorge. Tuonano di colpi
Sovra i capi de l'una e l'altra gente
Indistinti romori, e con le nere
Vedi miste infierir le bianche squadre.
S'atterran Cavalier, s'atterran Fanti,
Mentre le due Guerriere i feminili
Con alterno furore infesti dardi
Si vibran contro, in se disposte e ferme
Non ceder mai, per fin che questa o quella
Vuota di sangue e di ferite piena
Il crudo spirto non esali, e prima
Al viver suo, che al guerreggiar dia fine.
D'ambe le Armate i Condottieri intanto
Gli uccisi in guerra, ed i nemici schiavi
In vicina prigione a le sue tende
Custodivan gelosi, onde non possa
Chi fu preso una volta, o giace estinto,
Novella acquistar vita e libertade,
E accrescer forza ingiustamente a' suoi
Tornando in mischia; ma d'Apollo al fianco
Assiso il Tracio Marte, e al giovinetto
Figlio di Maja in amistà congiunto,
Pensando va se destra ed opportuna
Occasion s'aprisse, ond'a l'Amico
Giovar ei possa, e tutti i casi osserva.
Indi due corpi estinti, e in guerra presi,
Un nero Fante, e un faretrato Arciero
Da quei, che già da l'alma vita esclusi,
E privi del soave aer sereno
Giacendo stanno, ei toglie, e gli sospinge
Furtivamente al sanguinoso Agone.
E già con novo ardir i redivivi
Due Prigioner menan le mani, e il campo
Scorron di ferro e di valore armati:
Non altrimenti uno pur'ora estinto
Cadavero tal'or dal suolo aperto
Colchica Maga, o Vergine Massìle
Fuor tragge, e co' i ferali Inni implorando
I Numi inferni, ed Ecate triforme,
Ne le membra (o stupor!) tiepide ancora
Insinua un falso spirto, e le loquaci
Avre v'infonde, e già da terra alzarsi
Il miri, e già si move, e parla, e vede
E del Cielo e del Sol gode fra vivi.
Ciò soffrir non poteo di Giuno il figlio
Vulcan, che solo de l'indegna frode
S'accorge, e grida, e la discopre a Febo.
Sorpreso il Tracio Nume impallidisce:
E d'ira Febo e di dolor s'accende.
Sdegnato allora il sommo Padre a Marte
Impone, che dal campo i non dovuti
Corpi allontani, et i soccorsi ingiusti;
E vuol che nulle sieno e quinci e quindi
Le inique mosse, e i falsi colpi, e tosto
A lo stato primier tutto ritorni.
Più furibondo allora e l'uno e l'altro
Duce a pugnar s'infiamma, et ambe manda
Le Vergini feroci infra le ostili
Opposte squadre a insanguinar la spada.
Esse di strage e sangue infette e lorde
Spargon per tutto il piano alta ruina.
Fermansi alfine, e l'una a l'altra incontro
Del Re si pone a la difesa; quando
La bianca il ferro mosse e a tergo assalse
L'Emula sua, che non previde il colpo,
E l'atterrò; ma da volante dardo
Colta la faretrice al suol cadèo;
E brievi fur le gioje a l'infelice
De le nemiche spoglie e del trionfo.
A l'eccidio crudel gli occhi rivolse
Ciascuno, e mentre dal sanguigno suolo
I duo rapiti furo estinti corpi,
D'urli e di pianti e feminili strida
Per ambo i campi alto romor s'udìo.
Allora in folta schiera intorno a i mesti
Vedovi Re ne' più riposti alberghi
Si stringon tutti, pari e quinci e quindi
Il terror sorge; pari è la ruina
De i duo scemati campi, et ugualmente
De' propri danni e de' perduti Amici
Ha l'un popolo e l'altro onde lagnarsi.
Non distrutte però, se ben minori
Sono le forze; a te pur anco intatti
Fra tanta gioventù restano, o Febo,
Tre Fanti et un Arciero, e di sua torre
Gli omeri immani un Elefante armato.
Altretanto, o Cillenio, a te rimase
Da la gran Belva in fuor, che ne la sua
Sede primiera, ove si stava in pace,
Pur or trafitta da volante canna
Senza oprar l'armi inonorata cadde.
Di sua perduta gente afflitto e mesto
S'ange Cillenio, e più sperar non osa,
E a se rapiti da l'avverso Fato
Tanti famosi Eroi geme e sospira.
Non però la tenzon ei lascia, e i suoi
Pochi Guerrieri, ancor dal ferro illesi
Del nemico crudele (ultimi avanzi)
Più cauto espone a i fier perigli, e osserva,
Se dopo tante morti a lui dal caso
Qualche sentier s'aprisse, ond'egli in parte
Potesse riparar de l'abbattuto
Popolo i danni, e la fatal ruina.
Il nero scarfo stuol per la campagna
S'aggira, in se disposto ogni fortuna
Tentar di guerra, e qua e là scorrendo
Esplorar le vie tutte, e 'l luogo e 'l tempo
Di recar danno al Vinciror nemico.
Non con sembianza egual da l'altro canto
L'altro Duce si move, e di sua sorte
Altero esulta. Ohimè qual de le squadre
Appar la mesta faccia? ohimè qual'era
De' Capitani il miserando aspetto!
Da poca gente calpestato il doppio
Campo ampiamente or si discopre, e inoltra
De' Cittadini suoi vuoti gli alberghi.
Egualmente doleansi intanto i due
Vedovi Re, senza la Sposa amata
Le future odiando (ahi sorte avversa!)
Notti infeconde, e gli oziosi letti.
Però ben chè costanti il primo amore
In cor serbino entrambi, ad altri nodi
Or fortuna gli astringe, altri Imenei.
Primiero è il bianco Re, che a l'alto onore
Del talamo regale or non isdegna
Pur invitar de la Consorte estinta
Le care ancelle, e ne la guerra un tempo
Fide compagne, che dolenti e meste
Contra il fosco drappel l'aste vibrando
Per vendicar de la Sovrana amata
L'acerbo fato offrian la vita indarno.
Ma pria de le bell'opre, e del valore
Risoluto è far prova, e del virile
Spirto, onde poi chi n'è più degna ascenda
Del regio letto a i meritati onori.
Loro impone perciò spingersi inanzi
Sprezzando morte, e penetrar l'estreme
Del nero campo ostil lontane mete.
Poi che niuna può mai (lo vieta il patto)
Aspirar del diadema, e del reale
Nodo a l'onor, se non chi pria fra l'armi
E fra' nemici immunemente i seggi
Tutti trascorra, e i penetrali occulti
Ad occupar del Re nemico arrivi.
Per sì bella speranza ardite e pronte
S'avanzan tutte, e de' nemici in mezzo
Per diritto sentier movono il passo.
Prima avanti si trae quella, che al destro
Corno si stava in su la terza riga,
E fra se gode, e sol corone e scettri
Rivolge in mente; le compagne a dietro
Senza speme rimaste a lei di tanta
Impresa cedon tutte il rischio e 'l vanto.
Audace a la grand'opra ella sen vola,
E l'ali impenna a le veloci piante
La Gloria, e la sperata alta mercede.
Nè v'è chi la ritardi, e non si cura
Il nero avverso Re chiuderle il varco,
Che novelli Imenei pur tenta, e 'l vuoto
Talamo riscaldar con altra Sposa.
Una però ne la sinistra parte
Per la quarto sentiero accende e sprona
In ver l'opposta Reggia. Il passo alterno
Affrettar si vedean l'emule Donne;
Ma d'un sol grado (ahi misera) sen resta
La nera a dietro, e già superba e lieta
La candida Donzella omai trascorsi
I luoghi tutti, e 'l bel desìo compito,
Su la bramata sede il piè ripose.
Il Rege allor che sien recati impone
Il gemmato diadema, e 'l ricco manto,
Già de l'estinta altere spoglie e fregi,
E il luminoso scettro, e a lei, che degna
Se ne mostrò, la man porgendo e il core
In nodo marital seco si lega.
S'allegra e da lontano al fosco insulta
Il bianco stuolo. Trattenere il pianto
Non può di Maja il figlio, e il Cielo accusa
Le vesti squarcia, e si percote il seno.
A la nera Donzella un grado solo
Ver la meta restava, ed ora insorto
Per dritta fila incontro a l'infelice
Il turrito Elefante a lei minaccia
Ruina e morte, se la sede estrema
Unqua toccar osasse, & ogni via
Assediando, e sempre in lei rivolto
Da l'ultimo sedil la tien lontana.
In tanto la Real novella Sposa
Sparge per tutto il campo orrore e morte,
Del novo onor, de la regal fortuna
Superba e lieta; per le nere squadre
Qual folgore sen corre, e il Cielo e il Sole
Atterrisce con l'armi. Oh quale ingombra
Spavento il fosco stuol, che inabissarsi
Vorria più tosto entro l'aperto suolo,
Che sostener i furiosi assalti
De la Vergin feroce, e 'l crudo aspetto!
A l'impeto e al romor timidi e mesti,
Dansi a la fuga, & indi al Re d'intorno
In un folto drappel s'uniscon tutti.
Non altrimenti dissipate e sparse
Giovenche per li verdi aperti prati,
Se avviene che tal'ora ingordo Lupo
Scorgan venirsi incontro, i paschi e l'erbe
Lascian fuggendo, e quindi in un ristrette
Confuse e timorose il fido Toro
Condottier de l'armento imploran tutte,
E s'urtan con le corna, e ogn'una a gara
Avvicinarsi al difensore aspira;
De' lor muggiti al rauco suono intanto
Rimbomban da lontan le valli e i boschi.
L'Amazone fra tanto i vinti incalza,
E in fuga volge, e più, che a gli altri, intenta
Al Re nemico, e di sue spoglie ingorda
Ver la tenda Real drizza la pugna.
Or d'una parte or d'altra incontro a lui
Furiando s'avventa; e appunto allora,
Se sana era sua mente, ella potea
Obliquamente per la quarta riga
Correr su bianca sede, onde non era
A l'infelice Re più varco o fuga.
Ahi questo era del Re, questo del nero
Popol l'estremo irreparabil danno,
Nè più restava a l'Arcade Garzone
Che d'avverso destin lagnarsi indarno:
Poi che così scoperto al ferro ostile
Era il fianco del Re, nè più potea
Opporsi alcuno a la comun ruina.
Il Nipote d'Atlante accorto e scaltro,
Che ciò prevede, in cor si crucia e teme,
E l'Avversario affretta, e con sue vane
Ciance l'aggira, ond'ei non vegga il colpo.
Poi come tardo lo motteggia, e in questa
Guisa il rampogna: Adunque a te cotanto
Lento esser giova, e niun rossor ti prende?
Che viltà, che tardanza? et osi spesso
Me di pigro accusar tu, che sì pronto
Ora ti mostri? o da la notte or forse
Soccorso aspetti, che de l'ombre il fosco
Velo distenda, e a la tenzon dia fine?
Mosso a tai detti mentre un nero Fante
L'incauto Apollo uccide, il punto amico
Di fortuna non colse. Allora al Cielo
Erge la voce baldanzoso e lieto
Mercurio, et al periglio il Re togliendo,
Il Cavalier de la Regina a l'armi,
Ond'allontani i crudi colpi, oppone.
Poi pensando fra se come dar morte
A l'Elefante, a quel, che de la meta
Le vie chiudeva a l'animosa ancella,
Che in van brama or salire al regio letto,
Per mano de l'Arciero al fine il colse,
E a terra stese. Il suon lungi s'udìo
De la cadente moribonda Belva,
Che con le vaste membra il suol percosse;
Mentre con vani sforzi Apollo tenta
Del Re la morte. Il desiato allora
Ostil seggio occupò (nè Febo il vieta)
La pria Ministra, ed or Regina e Sposa.
E già con pari forze entrambi i Duci
Rinovan la battaglia, e le seconde
Mogli spingon fra l'armi; e benchè sia
Lo stato de la guerra, e la fortuna
Dubiosa ancor, di Maja il figlio, quasi
Con sicuro trionfo or tutti avesse
Di quell'incerto agon vinti i perigli,
Sparso di finta gioja il baldanzoso
Volto si vanta, et al nemico insulta,
(Nova frode di guerra) e di sue gesta
Superbo e gonfio, de le bianche genti
L'armi schernisce, e di viltà le accusa.
Ma de l'arte s'accorge il biondo Apollo,
E in questi detti poi risponde. Ancora
Dubia pende la sorte, et al conflitto
Non anco la vittoria il fine impose;
E tu cotanto insuperbisci o folle?
Allor m'insulta, allor per tutto il Circo
I vanti audaci e i temerari accenti
Spargi, quando Fortuna in man la palma
Porga al tuo Marte, e la Vittoria arrida.
Ma tronchinsi gl'indugj: or torto vane
Le tue parole io renderò co' fatti.
Sì parla, e sprona a la nera Oste incontro
De l'Amazone sua la forza e l'armi.
Nuova allor guerra, e più tremenda e cruda
Insorge, e in ambo i campi ira e furore
I fieri cori accende, ove il desio
Di Vittoria è maggior, che de la vita.
Audaci a l'arme tutti offrono il petto;
In ogni parte il Lutto, in ogni parte
Spazia il Terror, e de la Morte il nero
Orrendo aspetto. Niun s'arretra, niuno
Gl'incontri sfugge, e volta faccia a faccia
Con un Guerrier l'altro Guerrier s'affronta.
Ogn'un si sforza allontanar dal suo
Campo ogni danno, ogni ruina, e a dietro
I nemici scacciando, entro i lor seggi
Riporre il piè procura, alternamente
L'aste movendo, e variando i moti.
Sovente la fortuna i lor desiri
E le speranze inganna, e impazienti
Di sì lunga dimora i cori afflige.
Incrudelìa danni spargendo e morti
Del fosco Re la moglie: e la Rivale
Non lo vietò, ma per secreta strada
Volgea verso i Reali ostili alberghi
Veloce il corso, ed abbattuti o spenti
De la Reggia i custodi, e penetrando
Ne l'alte porte, assediato or tiene
Il Re nemico, e morte a lui minaccia.
Ma la negra Eroina allor che vide
Il suo novello amore in tal periglio,
E ne' suoi penetrali entrata a forza
La candida Nemica, indietro il piede
Rivolge, e d'ostil sangue aspersa e sozza
I colpi ferma, e la imperfetta strage,
Ed anelante e mesta il corso affretta;
Nè teme a le crudeli armi nemiche
Esporre il seno, e tutto offrire il sangue,
Per salvar da l'eccidio, e da la morte
La sua Patria diletta, e il caro Sposo.
Quand'ecco in tai vicende a Febo arriva
Un funesto, impensato, orribil caso;
Poi chè Cillenio or quà or là traendo
Il fosco Cavalier, ovunque vuole
Minaccia, e insulta, e vincitor trascorre.
Freme il destrier feroce, e a la nemica
Bianca Reina e al Re drizzando il corso
Nitrisce e sbuffa, e i lievi salti alterna;
Nè sue furie arrestò, fin che non giunse
Ad occupar la desiata sede,
Ove niun vietar può, che il suo Campione
O di quella o di questo il sangue sparga.
Si turbò, ne gemèo, d'amara doglia
Punto nel cor, quando ciò vide, Apollo,
E da gli umidi lumi in larga vena
Un rio versò; già sue speranze a terra,
Già mancar le sue forze, e chiaramente
Scorge a se de gli Dei la mente avversa.
Del fortunato evento, e de l'amica
Sorte Mercurio e del favor de' Numi
Lieto e fastofo alza le voci al Cielo:
E finalmente al vinto il vigor primo,
E il sopito valore in sen si desta.
A la rinchiusa Amazone infelice
Tosto diè morte, e ne rapì le spoglie;
E per sì grande acquisto or solo perde
L'audace Cavalier, che da la spada
Del Re vendicator cade trafitto.
Privo però d'ogni speranza ancora
Febo non è, che di pugnar non lascia;
E due soli Pedoni, e il Giovin d'arco
E di faretra armato, amor di Marte,
(De l'esercito suo miseri avanzi)
A la pugna inegual sospinge indarno.
Essi a combatter vanno, & animosi
Vie più gli rende il disperar salute.
Al Duce afflitto stan vicini, e tutti
Usan ogn'arte, ogni lor possa, ond'egli
Abbia in tanto periglio aita e scampo.
Ma in sì misero tempo altro ci vuole
Che questi difensor, che tal soccorso.
Cillenio ovunque vuol per tutto il piano
I suoi Guerrieri adduce; e la sua nera
Vergine con gran forza a i vinti è sopra,
E 'l brando arruota, et a l'eccidio intenta
Del bianco Regnator s'aggira intorno
A' suoi ripari, e lo spaventa e preme.
Nè già cessò, fin che del bianco stuolo
Le reliquie infelici, e de la guerra
Gli ajuti estremi un dopo l'altro estinti
Ne l'ingiusto cimento al suol distese.
Perduti i suoi compagni il Re nel mezzo
Del campo si rimane inerme e solo;
Come ne l'alto Ciel, quando gli ardenti
Astri scacciò con le rosate bighe
Da le maremme Eoe poc'anzi uscita
La rugiadosa Aurora, il tuo bel raggio
Splende, o Ciprigna ancor; poi de l'Olimpo
Da i cerulei sentieri ultimo parte.
Nessuna a lui più di salute e vita
Speme riman; però non cede ancora,
Nè per vinto s'arrende, e spera in mezzo
Al nemico drappel ricovro e scampo,
Passando illeso in fra le spade e l'aste,
Fin che spazio non resti, o sede alcuna,
Ove senza periglio il piè riponga.
Poi che se niuno a lui minacci morte,
Nè più sedile alcun rimanga, dove
Impunemente ei riparar si possa,
Vane sarian tant'opre, e vani tutti
I passati perigli, e tutte sparse
Tante fatiche e tante forze al vento;
E niun di Vincitore il nome illustre
Riporterebbe, e i trionfali onori.
Di quà dunque e di là per lo deserto
Campo e le vuote sedi ei con incerti
Giri sen va: ma lo persiegue il fosco
Avverso Re, che a lui di fuga aperto
Il varco lascia, e ogn'or sicuro un seggio.
Quando poscia lo vide a la suprema
Fila volger i passi, egli a la sorte
Sua Donna impon, che le seconde sedi
Chiuda, onde l'altro più svolger non possa
Da quegli ordini angusti il tardo piede.
E già da spaziarsi omai la sola
Rimane ultima fila a l'infelice.
Il fosco Emulo allor più da vicino
A lui s'avventa; ed un sol luogo, un solo
Sedile un Re da l'altro ora disgiunge.
Tosto però che suo mal grado, e senza
Speranza più, del Re nemico a fronte
Il bianco stette, il punto colse e il tempo
La nera Donna, ed occupò veloce
Quell'estremo sedile, onde per tutta
La fila a lui minaccia e strazio e morte.
Il misero non trova a sua salute
Rifugio più, nè luogo alcun più resta.
Quando sopra gli fu col fulminante
Lucido acciar la Vergine crudele,
E insieme il fine con un colpo solo
Del Re a la vita e a la battaglia impose.
Con liete voci e con sonori gridi
Per plauso e festa i Numi al Vincitore
Figliuol di Maja, che per tutto il Circo
Protervo e gonfio insolentisce, e il vinto
Deride e spregia, e al suo dolore insulta.
A se poi lo chiamò l'onnipotente
Padre, che in dono la felice verga
Gli diè, con cui da l'ima egli richiami
Pallida Stige le pure Ombre, poi
Che le mal'opre abbia purgate il foco;
E con cui parimenti al tenebroso
Erebo i rei condanni, et a l'oscura
Prigion di Dite; e de' Mortali a gli occhi,
Qual più gli piace, il sonno furi e doni;
E di Leteo liquor ne l'ore estreme
Di vita gli egri lumi asperga e chiuda.
Nè guari andò, che volle il Dio medesmo
Aprire a noi Mortali il grato Gioco;
E piacque a lui, che poi de la scherzante
Piacevol pugna i riti e gli usi fosse
La prima a celebrar l'Itala gente.
Poi che, se Fama non mentisce, un tempo
Egli preso d'amor per la vezzosa
Scacchide, a cui non ebbe infra lo stuolo
L'Adige di sue Ninfe altra simìle,
In riva al fiume occultamente appresso
Le venne, e dopo con inganno e forza
La misera oltraggiò, mentr'ella i bianchi
Cigni pascea lungo la sponda erbosa.
Poscia di due colori i tinti bossi
Le porse, e quasi per mercede a lei
De la passata offesa una distinta
Con ordin vario e colorata ei fuore
Tavola trasse, che d'argento e d'oro
Tutta splendeva, e in dono a lei la offerse,
E l'uso appieno le insegnò. Da quella
Età, de la famosa antica Ninfa
Conserva il Gioco ancor l'onore e 'l nome;
E lui l'inclita Roma e lui d'estremi
Diversi lidi abitator remoti
Van celebrando ancora, ond'ei per vaghe
Lucenti adorne stanze in man d'illustri
Leggiadre Donne e Cavalier s'aggira.
Nè si sdegnaro le cerulee un tempo
De la Najade bella umide Suore
Svelar tal cose a me fanciullo ancora,
Mentr'io cantava al patrio fiume in riva.
IL FINE.
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